ELIAS CANETTI.
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IL TESTIMONE AURICOLARE: CINQUANTA CARATTERI.
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Titolo originale: Der Ohrenzeuge.
Traduzione di: Gilberto Forti e Raffaele Oriani.
1995. Adelphi Editore, MILANO.
ISBN 88-459-1134-9. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Il Testimone auricolare  apparso per la prima volta nel 1974.
Avete mai incontrato il Leccanomi o il Tirainlungo? O l'Appaltadolori e la Filaguai? O la Sultanomane e il Bentist? Mah... Per mettere in chiaro le cose e constatare che dietro nomi tanto inusitati si celano molte nostre vecchie conoscenze, oltre a un discreto numero di esseri fantastici e insieme plausibili, occorre sfogliare con attenzione le pagine di questo libro, fra i pi leggeri ma non certo meno taglienti di Elias Canetti. Vi troveremo non gi una galleria di ritratti morali, alla Teofrasto o alla La Bruyre, ma un album di fisionomie auditive, altrettanto spiccate e inconfondibili di quelle visive. Qui  all'opera un implacabile ascoltatore, il Testimone auricolare, che, se non affatica la vista, in compenso ha un udito tanto pi fine, prende nota di tutto ci che sente e lo trasforma in personaggio. Lo seguiamo con qualche sgomento per la sua precisione, e insieme gli
siamo riconoscenti: grazie a lui scopriremo infatti da quale archetipo discendono certe voci che abbiamo incontrato e ancora ci molestano nel ricordo perch non abbiamo saputo identificarle con
sicurezza.
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L'AUTORE.
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Elias Canetti (Ruse, 25 luglio 1905  Zurigo, 14 agosto 1994)  stato uno scrittore, saggista e aforista bulgaro naturalizzato britannico, di lingua tedesca, insignito del Nobel per la letteratura nel 1981.
Era primo dei tre figli di Jacques Canetti, commerciante ebreo di remote origini spagnole e di Mathilde Arditti, nata da una ricca famiglia ebraica sefardita di origini italiane (gli avi materni erano sefarditi livornesi che si erano stabiliti in Bulgaria). La lingua della sua infanzia fu il ladino o giudeospagnolo parlato in famiglia, ma il piccolo Elias fece presto esperienza con la lingua tedesca, usata in privato dai genitori (che la consideravano la lingua del teatro e dei loro anni di studio a Vienna).
Dopo avere appreso il bulgaro, si trov ad avere a che fare con l'inglese quando il padre decise di trasferirsi per lavoro a Manchester nel 1911.
Nel 1912, con la morte improvvisa del padre Jacques, cominciarono le peregrinazioni della famiglia, che si spost prima a Vienna e poi a Zurigo, dove Canetti trascorse, tra il 1916 e il 1921, gli anni pi felici. 
I viaggi, le relazioni e le numerose lingue praticate, costituiscono il corposo patrimonio culturale di Canetti. La sua opera, oltre ad essere incentrata sulla metamorfosi,  essa stessa una metamorfosi continua: un solo romanzo, un solo libro di "antropologia", pochi testi teatrali, alcuni saggi, alcuni aforismi, un diario di viaggio e un'autobiografia.



IL TESTIMONE AURICOLARE.
Lo Scaldalacrime va al cinema tutti i giorni. Non occorre che ci sia ogni volta qualcosa di nuovo, anche i vecchi programmi lo attirano, l'importante  che rispondano al loro scopo e gli strappino lacrime copiose ... Questo mondo  cos freddo, senza cuore, e passerebbe la voglia di vivere se non fosse per quell'umore caldo che scende sulle guance. Non appena le lacrime cominciano a scorrere, si prova un senso di benessere, si sta quieti quieti e non si muove un dito, ci si guarda bene dall'usare il fazzoletto, ogni lacrima deve dispensare il suo calore fino all'ultimo; e sia che coli fino alla bocca o fino al mento, sia che riesca addirittura a scivolare gi per il collo e fino al petto, lui la accoglie con compunta gratitudine e si rialza solo dopo un buon bagno ristoratore.

A Hera e Johanna.

La Proclamasovrani.
La Proclamasovrani ha un che di maestoso, conosce gli obblighi della sua carica ed  rinomata
per l'accoglienza che riserva ai suoi ospiti. Ma non  solo questione di ospitalit, e tutti sentono
nell'aria l'imminenza di un evento eccezionale. Lei non rivela subito che cosa accadr questa volta, e
ci accresce la tensione. C' di mezzo un re, meno di un re non pu essere, lei non lo proclamerebbe. E'
alta e imponente, e inesauribili sono le sue riserve di disprezzo. Riconosce i sudditi al minimo
movimento e li tiene alla larga dal sovrano prima ancora della proclamazione. Ma ha un occhio
infallibile anche per i cortigiani, conosce l'arte di favorirli e li usa per ogni tipo di corte. Si avverte
l'impegno con cui accumula il proprio entusiasmo e lo mette da parte per la grande occasione. E'
inflessibile e disprezza i mendicanti, a meno che non si tengano a disposizione per essere usati al
momento giusto. Nell'imminenza della proclamazione ne raduna una bella schiera e si tiene pronta. Poi
tutte le porte si spalancano, la sua casa si dilata a palazzo, gli angeli cantano, i vescovi benedicono, e
lei, paludata a nuovo, legge un telegramma di Dio e giubilante proclama il sovrano.
 commovente vederla in compagnia di re dimenticati, lei non li dimentica mai, ha un pensiero
anche per gli esemplari pi derelitti, scrive a tutti, a ognuno manda un regalino su misura, a tutti
procura un lavoro, e quando la gloria  ormai finita da un pezzo lei  l'unica a serbarne il ricordo. Tra i
mendicanti che raduna per le grandi occasioni si trova pi di un ex re.
Il Leccanomi
Il Leccanomi sa quel che  buono, lo fiuta a mille chilometri di distanza e non si risparmia
fatiche pur di arrivare vicino al nome che medita di leccare. Oggi, con l'automobile, con gli aeroplani,
basta poco, la fatica non  poi troppa, ma bisogna dire che lui affronterebbe fatiche anche maggiori, se
fosse necessario. Le sue passioni nascono dalla lettura dei giornali, quello che non  scritto nel giornale
non  di suo gusto. Se un nome compare spesso nel giornale e addirittura  gi nei titoli, la passione
diventa irresistibile, e lui  subito sul piede di partenza. Quando ha abbastanza denaro per il viaggio,
tutto bene; quando non l'ha, se lo fa prestare e paga con la gloria del suo nobile proposito. Fa sempre
impressione quando ne parla:  Devo leccare N.N.  dice lui, e l'effetto  quello che faceva una volta la
conquista del Polo Nord.
E' bravo ad arrivare di sorpresa, si serva o non si serva di intermediari; e ogni volta, a sentirlo,
sembra che sia l l per morire dalla voglia. I nomi sono tutti lusingati all'idea che si possa avere tanta
sete di loro, come se il mondo intero fosse un immenso deserto e loro l'unico pozzo. Cos, non senza
essersi prima rammaricati in lungo e in largo della loro mancanza di tempo, si dichiarano pronti a
ricevere il Leccanomi. Si potrebbe dire anzi che lo aspettano con qualche impazienza. Per lui mettono
in ordine le loro parti migliori, le lavano per bene, quelle e solo quelle, e le tirano a lucido. Il
Leccanomi fa il suo ingresso e rimane abbagliato. Nel frattempo gli  cresciuta la voglia, e lui non ne fa
mistero. Si avvicina senza ritegno e afferra il nome. Dopo averlo leccato a lungo e a fondo, lo
fotografa. Non ha niente da dire, forse balbetta qualcosa che fa pensare a un atto di omaggio, ma
nessuno ci casca, si sa che a lui interessa il contatto della sua lingua, nient'altro.  S, con questa lingua 
proclama in seguito, la tira fuori e riscuote una venerazione quale non  mai toccata a nessun nome.
Il Proponente
Il Proponente ha tanti progetti nella sua borsa, appelli, disegni e cifre. Vi si raccapezza
perfettamente,  venuto al mondo balzando fuori dalla sua borsa, gi fatto e finito. Non  mai stato
procreato, nessuna madre l'ha portato in grembo, fin dal primo giorno sapeva leggere e far di conto.
Non  mai stato un bambino prodigio per la buona ragione che non  mai stato bambino. Non invecchia
mai perch non  mai stato giovane: la sua progettualit  immune dagli anni. E' puntuale senza
neanche accorgersene. Non arriva mai tardi e non arriva mai presto, ma se gli si chiede che ora  si
batte una mano sulla fronte davanti a tanta stupidit.
Non gliene importa niente se le sue proposte cadono nel vuoto, e quando viene a chiedere firme
per una buona causa ne ha sempre qualcuna gi pronta da esibire, basta tirarle fuori. Come se le sia
procurate  un mistero, lui tace e ha i suoi metodi. E' paziente e da anni fa le stesse proposte. La borsa 
piena e la variet  assicurata. Nessuno fa caso se propone la stessa cosa, perch  gi passato troppo
tempo dall'ultima volta. Ha tutto ben presente perch se lo porta dietro; fa parte del suo carattere - lui 
il Proponen-te - non rinunciare mai a nulla. Non si stanca di persuadere; a nessuno permette di firmare
se non  ben sicuro di essere stato compreso a fondo. E' vero che va sempre in cerca di nomi, ma li
vuole interi; quelli che ha messo nella sua borsa, l devono restare. Disprezza la gente che se la squaglia
dalla sua borsa, ma solo pochi ci riescono. Questi li addita come esempi da non imitare, e continua a
proporre.
Per s non ne ricava niente, fa tutto gratis. D a capire che in fondo non ha bisogno di nulla e
non accetta nemmeno un caff. Talvolta viene a prenderlo un altro Proponente, quasi un suo gemello,
ma non hanno lo stesso nome. Quando vanno via insieme,  impossibile dire chi dei due sia arrivato
prima. Forse alla fine ritornano alle loro origini e dopo aver passato un certo periodo a proporre
diventano uova.
La Regaliera
Vive dei regali che si riprende. Non ha dimenticato un solo regalo. Li conosce tutti, di ognuno
sa dove  andato a finire. Li ricerca uno per uno, rastrellando un luogo dopo l'altro, e ogni volta trova
pretesti. Le piace entrare in case che non conosce, e anche l spera di trovare un regalo fatto da lei.
Persino i fiori appassiti rifioriscono per poter tornare nelle sue mani.
Come ha potuto fare tanti regali e come ha potuto lasciar passare tanto tempo prima di
riprenderseli. Lei, che dimentica tutto, i regali non li dimentica, e ha qualche difficolt solo con i regali
commestibili.  un brutto momento quando lei entra in scena e tutto  stato mangiato. Allora resta l
seduta, pensosa e sgomenta, e si ricorda di qualcosa che dovrebbe essere l. Si guarda intorno
furtivamente, da persona garbata, e si domanda se non abbiano nascosto qualcosa. Le piace soprattutto
andare nelle cucine, un'occhiata alla pattumiera, una fitta al cuore, eccole l, le bucce delle sue arance.
Almeno le avesse portate un po' pi tardi o fosse venuta a prenderle un po' prima.
 La mia teiera!  dice, e la stringe a s.  Il mio scialle! I miei fiori! La mia camicetta! . Se la
destinataria del regalo indossa la camicetta, lei chiede di potersela provare e, non senza essersi rimirata
allo specchio da tutte le parti, se ne va con la camicetta addosso.
Ma non pensa che i destinatari potrebbero anche riportarle i regali di loro iniziativa? No,
preferisce andare a prenderseli di persona. Ma non fa mai sparire qualche cosina? No, a lei interessano
soltanto i suoi regali. Non pu farne a meno, li vuole, le appartengono. Ma allora perch li ha dati via?
Per riprenderseli, per questo li ha dati via.
Il Riportatore
Il Riportatore non terr mai per s una cosa che possa offendere un altro. Si d da fare e arriva
prima degli altri riportatori. A volte  una corsa affannosa, e bench non tutti partano dallo stesso
punto, lui ha subito la percezione del vantaggio di cui godono gli altri, e con balzi giganteschi si
precipita a superarli. Dice tutto in un baleno, ed  un segreto. Nessuno deve scoprire che lui sa. Si
aspetta gratitudine, e la gratitudine  fatta di discrezione.  Lo dico solo a lei. Riguarda solo lei .
Quando una certa posizione  in pericolo, il Riportatore lo sa.  cos veloce nei suoi spostamenti, corre
pi che pu, e strada facendo il pericolo cresce. Arriva, e ormai la cosa  sicura, sicurissima.  Stanno
per licenziarla . L'interessato impallidisce.  Quando?  chiede, e poi:  Com' possibile? Non mi
hanno detto niente .  Non vogliono che si sappia. A lei lo diranno all'ultimissimo momento. Dovevo
avvertirla. Ma non faccia il mio nome . Poi tiene un lungo discorso per spiegare quanto sarebbe
terribile se venisse fatto il suo nome; e la vittima, prima ancora di avere il tempo di valutare a fondo il
pericolo che corre, gi si sente piena di compassione per il Riportatore, per questo amico tra gli amici.
Il Riportatore non si lascia mai sfuggire un insulto lanciato in un momento d'ira e provvede
affinch arrivi all'insultato. Le lodi,  vero, le riporta meno volentieri, ma per dimostrare tutta la sua
buona volont si fa forza, qualche volta, e riporta anche quelle. In questi casi non ha fretta e tira in
lungo anche quando  arrivato a destinazione. La lode gli sta sulla lingua come un veleno disgustoso.
Prima di sputarla ha la sensazione di soffocare. Alla fine parla, ma con casta ritrosia, come se la nudit
dell'altro lo intimidisse.
Per il resto non conosce vergogna n disgusto.  Lei deve difendersi! Deve fare qualcosa! Non
pu star l a guardare! . Non lesina i suoi consigli all'interessato, perch cos, se non altro, la cosa dura
di pi. I suoi consigli sembrano fatti apposta per accrescere la paura della vittima. In fondo, l'unica
cosa che interessa al Riportatore  la fiducia del prossimo, senza fiducia non pu vivere.
Lo Scaldalacrime
Lo Scaldalacrime va al cinema tutti i giorni. Non occorre che ci sia ogni volta qualcosa di
nuovo, anche i vecchi programmi lo attirano, l'importante  che rispondano al loro scopo e gli
strappino lacrime copiose. L si sta al buio senza farsi vedere dagli altri e si aspetta con fiducia finch si
 esauditi. Questo mondo  cos freddo, senza cuore, e passerebbe la voglia di vivere se non fosse per
quell'umore caldo che scende sulle guance. Non appena le lacrime cominciano a scorrere, si prova un
senso di benessere, si sta quieti quieti e non si muove un dito, ci si guarda bene dall'usare il fazzoletto,
ogni lacrima deve dispensare il suo calore fino all'ultimo; e sia che coli fino alla bocca o fino al mento,
sia che riesca addirittura a scivolare gi per il collo e fino al petto, lui la accoglie con compunta
gratitudine e si rialza solo dopo un buon bagno ristoratore.
Non sempre lo Scaldalacrime se l' passata cos bene, ci sono stati tempi in cui doveva ricorrere
alle proprie disgrazie, e se la disgrazia non arrivava e si faceva aspettare, spesso credeva di morire di
freddo. Non sapeva da che parte voltarsi, vagava alla ricerca di una perdita, di un dolore, di un lutto
inconsolabile. Ma la gente non  l a morire ogni volta che si vorrebbe essere tristi, i pi hanno la pelle
dura e s'impuntano. Succedeva che lui fosse gi preparato a un evento lacrimevole, gi sentiva il
piacevole allentarsi delle giunture. Ma poi - gi si credeva che il momento fosse venuto , poi non
accadeva niente, si era sprecato tanto tempo, e bisognava guardarsi attorno, cercare una nuova
occasione e ricominciare da capo ad aspettare.
Ci sono volute molte disillusioni prima che lo Scaldalacrime si rendesse conto che nessuno ha
abbastanza disgrazie nella propria vita per rifarsi delle spese. Ha provato in molti modi, ha provato
persino con la gioia. Ma chiunque abbia una certa esperienza in questo campo sa che con le lacrime di
gioia non si va molto lontano. Anche se riempiono gli occhi, il che avviene di tanto in tanto, queste
lacrime non si decidono a scorrere sul serio, e per quel che riguarda la durata del loro effetto,  una
faccenda veramente pietosa. Anche il furore, anche la collera non danno risultati migliori. Una garanzia
sicura la danno solo le perdite, e le perdite di tipo irreparabile sono da preferire a tutte le altre,
specialmente se colpiscono qualcuno che non lo merita.
Lo Scaldalacrime ha dietro di s un lungo tirocinio, ma ormai  un maestro. Quello che non 
concesso a lui personalmente, va a procurarselo dagli altri. Se  gente con cui non ha nulla a che fare:
estranei, gente lontana, bella, innocente, famosa, allora l'effetto aumenta, le lacrime non finiscono pi.
Ma lui ne esce indenne e dopo il cinema se ne torna a casa tranquillo. Cos tutto  in ordine, non c'
nulla che possa turbarlo, e il domani non gli riserva preoccupazioni.
Il Cieco
Il Cieco non  cieco dalla nascita, ma lo  diventato senza molta fatica. Possiede una macchina
fotografica, se la porta dietro dappertutto, e per lui  un piacere tenere gli occhi chiusi. Va in giro come
un sonnambulo, non ha ancora visto niente, proprio niente, e gi punta l'obiettivo, perch non c'
dubbio che le cose si vedono meglio quando sono ben allineate, nello stesso formato grande o piccolo,
tutte rettangolari, ordinate, squadrate, con un nome e un numero, documentate e messe in mostra.
Non occorre aver visto prima. Il Cieco si risparmia questa fatica. Raccoglie ci che avrebbe
potuto vedere, lo ammucchia e ne gode, come se si trattasse di francobolli. Per amore della macchina
fotografica gira il mondo, non c' niente che sia troppo lontano, niente che abbia troppa luce, niente
che sia troppo bizzarro  lui va e cattura per la macchina fotografica. Dice: Io ci sono stato, e lo
mostra col dito. Se non potesse mostrarlo, non saprebbe dove  stato, il mondo  cos confuso, esotico e
vario, come si fa a ricordare tutto.
Il Cieco non crede a nulla se non c' la prova fotografica. Gli altri fanno presto a chiacchierare,
a vantarsi, a ricamare; il suo motto : fuori le foto! Allora si sa che cosa uno ha visto veramente, allora
si pu toccare con mano, ci si pu mettere il dito, allora uno pu anche aprire gli occhi tranquillamente
invece di sprecarli da stupido prima del tempo. Nella vita c' il momento per ogni cosa, il troppo 
troppo, meglio risparmiare gli occhi per le foto.
Il Cieco ama proiettare sulla parete le sue foto ingrandite e intrattenere cos gli amici. La bella
festa dura due o tre ore: silenzio, spiegazioni, indicazioni, commenti, consigli, battute. Che tripudio, se
un'immagine  stata montata a rovescio; e che presenza di spirito, se si scopre che un'altra  gi stata
proiettata una volta! Indescrivibile il senso di benessere che si prova quando le immagini sono perfette
e la festa va abbastanza per le lunghe. Ecco il premio, alla fine, per l'irriducibile cecit di tutto un
viaggio. Apritevi, occhi, apritevi, adesso potete vedere, adesso ci siamo, adesso ci siete stati, adesso
dovete testimoniare!
Il Cieco deplora che anche altri possano testimoniare, ma il miglior testimone  lui.
Il Semprepi
Il Semprepi d pi di quel che riceve. Sa e ha pi di chiunque altro. Se capita uno scassinatore,
lo carica di roba tanto da farlo crollare sotto il peso. Poi lo aiuta a portare il fardello gi per le scale. Poi
gli mostra anche la via e lo mette in guardia dai pericoli.
Il Semprepi s'impegna in complicate discussioni con specialisti. Li inonda di consigli, tutti
quanti, non c' niente che lui non sappia, ne sa pi lui di ognuno di loro. Nessuno riesce a capire dove
trovi il tempo per leggere, ma come pu un uomo, al giorno d'oggi, leggere tutto su tutto? Lui pu, o
forse le cose gli arrivano nel sonno, ha una memoria a tenuta stagna. Non dice  lo so , perch sa
molto di pi, e cos passa direttamente a quello che sa in pi: lo dice in termini rigorosi e pacati, non 
presuntuoso, lo    si direbbe modesto; resta il fatto che ogni volta d pi di quel che riceve, fa pensare a
un distributore automatico dalla struttura misteriosa.
Il Semprepi frequenta ambienti di ogni tipo, tra l'uno e l'altro non fa distinzioni, non  uno
snob e non si nega a nessuno. Non gli va neanche di passare per un benefattore.
Nell'aspetto non  appariscente, non d mai nell'occhio, non si mette a spiare, va, sta, siede, si
muove come chiunque altro. A molti pare un uccello corridore, non troppo grosso per. Sorride quando
riceve, ma  serissimo al momento di dare. Ha le orecchie a punta, sporte leggermente in avanti. La
lingua la tiene ben nascosta, tutto quello che dice lo dice servendosi di una lingua segreta.
Se non la smette pi di parlare  chiaro che sta dormendo. Allora non ode pi nulla, d e
continua a dare senza fermarsi, allora non riceve niente di niente, allora  felice.
La Stringinaso
La Stringinaso paventa gli odori e ne sta lontana. Apre le porte con prudenza ed esita prima di
varcare una soglia. Per un poco se ne sta l, voltata a met, per fiutare con una narice, tenendo l'altra al
sicuro. Allunga un dito nello spazio ignoto e se lo porta al naso. Poi con quel dito si tappa una narice e
annusa con l'altra. Se non sviene subito, aspetta ancora un poco. Poi, di sbieco, infila un piede oltre la
soglia, l'altro per lo lascia fuori. Ormai non manca molto, e potrebbe osare, ma si trattiene in tempo
per un'ultima prova. Si mette in punta di piedi e torna a fiutare. Se a questo punto l'odore non cambia,
non ha pi motivo di temere sorprese e arrischia anche l'altra gamba. Ecco,  dentro. La porta da cui
potrebbe mettersi in salvo rimane spalancata.
La Stringinaso sembra in isolamento, ovunque si trovi:  avvolta in uno strato di cautela; altri
fanno attenzione ai loro vestiti quando si siedono, lei al suo strato isolante. Le frasi veementi che
potrebbero perforare la coltre le fanno paura; si rivolge alla gente con voce sommessa e si aspetta ogni
volta risposte altrettanto sommesse. Non va incontro a nessuno, tiene una certa distanza e dalla stessa
distanza segue i movimenti degli altri:  come se, restando staccata, continuasse a danzare con loro. La
distanza rimane la stessa, lei  bravissima a evitare ogni approccio e ogni contatto.
Finch dura l'inverno la Stringinaso sta benissimo all'aperto. A preoccuparla  l'arrivo della
primavera. Allora sbocciano i fiori, esplodono i profumi, e lei soffre pene d'inferno. Da certi cespugli si
tiene alla larga con circospezione, segue itinerari molto personali e tortuosi. Quando vede da lontano un
insensibile che ficca il naso nei lill, si sente male. Per sua disgrazia  pure attraente, e c' chi la
perseguita con mazzi di rose dai quali riesce a salvarsi solo grazie a repentini svenimenti. A molti
sembra una reazione eccessiva, e mentre lei  l a sognare acqua distillata i suoi ammiratori
confabulano tra loro, accostando le teste maleodoranti, per stabilire a quali profumi floreali si potrebbe
sperare di convertirla.
La Stringinaso passa per una raffinata perch evita ogni contatto. Non sa pi come difendersi
dalle proposte di matrimonio. Ha gi minacciato di impiccarsi. Ma non lo fa, non sopporta l'idea di
dover magari sorbirsi l'odore del salvatore che recide il cappio.
La Robaroba
Alla Robaroba piace tenersi tutto appresso. Non si espande, se ne sta appartata, vuole poter
abbracciare con lo sguardo ci che possiede. Non  detto che debbano essere cose grosse, anche il
piccolo ha il suo valore se rimane a portata di mano. Col denaro  scrupolosa e piena di attenzioni, non
ne spende pi della decima parte e provvede con cura a ci che le resta. Al suo denaro d da mangiare,
che non deperisca. Non tocca mai un boccone senza lasciarne qualcosa per il suo denaro.
E' commovente vedere la Robaroba quando, prima di pranzo, allaccia il tovagliolo al suo
denaro. Non le va che si sporchi, lo vuole ben pulito. Certo, le capita anche di ricevere banconote usate.
Ma sotto le sue cure si trasformano e tornano a splendere come il primo giorno. A volte le allinea sul
tavolo, l'una accanto all'altra, come una bella famiglia numerosa, e a ciascuna d un nome. Poi le
riconta per vedere se ci sono tutte, e quando da brave hanno finito di mangiare le mette a dormire.
La Robaroba si muove a piccoli passi tra letto e cassapanca, portando le cose che toglie da una
parte e infila nell'altra.  sempre pronta a passare lo straccio della polvere, ma senza esagerare,  bene
che un po' di tempo si depositi: col tempo il valore aumenta, bisognerebbe averne molto, di tempo. La
Robaroba pensa a quanto varranno tutte quelle cose quando lei festegger i suoi ottant'anni. Studia i
prezzi e ne chiede al figlio che va a trovarla una volta al mese. Per sfruttare ogni minuto della visita, si
prepara a dovere e riordina i pensieri. Ci sarebbero tante cose da chiedere, lui se n' appena andato che
gi le viene in mente qualcos'altro, meglio allora pensarci prima.
La Robaroba non ha rapporti con i vicini. Non fanno altro che consumare la soglia di casa, si
mettono a curiosare, non sono ancora entrati che gi dalla stanza sparisce qualcosa. E dopo, magari, si
fatica un pezzo a farla saltar fuori. Non che siano tutti dei ladri, questo no, ma le cose hanno paura
degli estranei, vanno a rintanarsi al sicuro, e se non riuscissero a nascondersi cos bene - chi sa, forse
finirebbero proprio per essere rubate.
La Robaroba riceve la posta e la lascia l un paio di giorni senza aprirla. Prende una lettera, se la
mette di fronte sul tavolo e s'immagina che dentro ci sia molto di pi. Certo, ha anche paura, un po', di
trovarvi di meno, ma sarebbe la prima volta, e poi col tempo ogni cosa aumenta: la Robaroba pu
aspettare e sperare di trovarvi di pi.
Lo Spacciacadaveri
Di tanto in tanto si fa vedere nei bar lo Spacciacadaveri. Lo conoscono da anni, ma non viene
cos spesso. Se non lo vedono da qualche mese pensano a lui con un po' di apprensione. Arriva ogni
volta con la borsa di una compagnia aerea, Air France o BEA. Deve viaggiare moltissimo, perch
spesso scompare per cos lunghi periodi. Ricompare ogni volta allo stesso modo. Arriva e si ferma sulla
porta con la faccia compunta. Esplora il locale alla ricerca di conoscenti. Appena ne ha avvistato uno, si
dirige verso di lui con aria solenne, saluta, si pianta l, rimane zitto e poi dice con voce lamentosa, un
po' cantilenante:  Ha saputo? E' morto N.N. . Costernazione. No, non si sapeva. Certo, lui  vestito di
nero, ma ci si fa caso solo dopo aver sentito la notizia.  Il funerale  domani . Invita al funerale il
conoscente, spiega dove avr luogo e d indicazioni minuziose, precise. Venga, venga  aggiunge. 
Non se ne pentir .
Poi si siede, ordina qualcosa per s, beve alla salute, butta l qualche parola, non dice mai dove
 stato, non dice mai che cosa ha in mente di fare, si alza, si dirige verso la porta con aria solenne, si
gira ancora una volta, dice:  Domani alle undici  e scompare.
Cos va di locale in locale, in cerca di conoscenti che siano anche conoscenti del defunto, si
preoccupa che non siano troppo pochi, li contagia delle sue frenesie funerarie e li invita con tale enfasi
che non pochi ci vanno - anche quelli che proprio non ci avrebbero pensato - per paura del prossimo
annuncio, che potrebbe riguardare la loro persona.
Il Calibratore
Il Calibratore misura i meriti degli uomini e sa fin dalla nascita che meglio di lui non c'
nessuno. Forse lo sapeva gi da prima, ma allora non poteva dirlo. Adesso ha una gran favella e si
sforza di dimostrare a che punto di ignominia  arrivato il mondo. Ogni mattina d una scorsa al
giornale in cerca di nomi nuovi: che viene a farci questo qui, grida indignato, se ieri non esisteva
nemmeno? Come si pu credere che il mondo vada per il verso giusto, senza imbrogli, se da un
momento all'altro un coso trova il modo di intrufolarsi nel giornale? Lui lo afferra, lo stringe tra
l'indice e il pollice, se lo ficca tra i denti e gli d un morso.  incredibile,  penosa la rapidit con cui il
nuovo coso si squaglia. Nient'altro che cera, per mille diavoli, e si fa passare per metallo!
La faccenda non gli d requie, vuol vederci chiaro, lui  un galantuomo; se c' una cosa che gli
sta a cuore  l'opinione pubblica, lui non si lascia imbrogliare da queste manovre, e gliela far vedere, a
quel lurido nome nuovo. Fin dal primo istante della scoperta segue ogni mossa di quel rifiuto della
societ. Qui ha detto una fandonia e l dimostra di essere un analfabeta. Dove  andato a scuola, se mai
ci  andato? Ha studiato veramente o vuole farlo credere? Perch non si  mai sposato? E come
trascorre il tempo libero? Come si spiega che finora non si  mai parlato di lui? Il mondo non  nato
ieri, e lui dov'era? Se  vecchio, ci ha messo parecchio tempo; se  giovane, dovrebbe farsi lavare il
bavaglino. Il Calibratore va a consultare tutti gli annuari disponibili, e con sua grande soddisfazione
non trova da nessuna parte l'indagato.
Si pu dire che il Calibratore vive con l'imbroglione, senza tregua parla di lui e lo sogna. Da lui
si sente molestato e perseguitato, e rifiuta strenuamente di rilasciargli un certificato di buona condotta.
Quando torna a casa e vuole starsene un po' in pace, alla buon'ora, lo deposita in un angolo della
stanza, dice  a cuccia!  e lo minaccia con la frusta. Per il nome nuovo la sa lunga,  paziente e
aspetta. Emana un odore tutto particolare, e quando il Calibratore si addormenta l'odore gli penetra
pungente nelle narici.
Lo Scovabellezze
Lo Scovabellezze, che tanti chiamano semplicemente Scovabel, punta a ogni forma di bellezza
che sia esistita, esista o esister sulla Terra, e la trova in palazzi, musei, templi, chiese e caverne. Non
lo turba il fatto che il tempo renda un po' stantia la bellezza pi affermata, per lui il bello  bello e
rimane tale;  vero che ogni giorno porta nuove bellezze, ma ognuna fa parte a s, nessuna esclude
l'altra, ognuna si aspetta da lui un'ammirata e devota contemplazione. Basta vederlo di fronte alla
Madonna Sistina o alla Maja desnuda: se le guarda da ogni lato e da distanze diverse, si sofferma a
lungo o anche solo per pochi istanti, cambiando di continuo posizione, e si rammarica che a volte gli
sia preclusa la vista da tergo.
Lo Scovabellezze o Scovabel si guarda bene dal proferire parole che potrebbero nuocere alla
sua contemplazione. Al bello si abbandona per intero e in silenzio, non fa confronti, non si mette a
disquisire, non tira in ballo epoche, stili e mode. Non gl'interessa sapere come se la passava il creatore
di bellezza, o -meno che mai - che cosa avesse in mente. In qualche modo sar vissuto, bene o male
non importa, e poi tanto male non gli sar anda-ta, altrimenti il bello non sarebbe l; gi il fatto che lo
avesse dentro di s  stata una fortuna per la quale sarebbe da invidiare, se si volesse dar peso a simili
inezie soggettive.
Personalmente lo Scovabel se la passa benissimo, in privato non ha difficolt a scovare le
bellezze cui dedicarsi. Si guarda dal comprarle, per non diventare parziale, e poi sarebbe un'impresa
disperata, giacch quasi sempre la bellezza  in mani salde e sicure. A lui i soldi non mancano, ma non
gl'interessano, li usa in economia per i suoi viaggi incessanti. Si tuffa nei viaggi, sparisce, nessuno lo
vede mai nei suoi spostamenti,  come se viaggiasse col mantello che rende invisibili. Eccolo invece
riapparire dove c' qualcosa di bello, e chi l'ha visto una volta, ad Arezzo o a Brera, lo rivede
sicuramente a Borobudur e a Nara.
Lo Scovabel  brutto, tutti lo evitano, sarebbe poco educato descriverne l'aspetto repellente.
Basti dire che non ha mai avuto un naso. Gli occhi sporgenti, le orecchie a sventola, il gozzo, i denti
marci e neri, il lezzo pestilenziale che gli esce dalla bocca, la voce ora gracchiante ora pigolante, le
mani flaccide  che fa, che importa, se lui non le porge a nessuno, se infallibilmente trova il suo posto
di fronte a tutte le bellezze del mondo?
L 'Abbagliauomini
L'Abbagliauomini  tutta una fioritura di curve e si mette in posa volentieri. Eccola l in piedi,
solleva lentamente il braccio e lo tiene in alto con gesto ben studiato. Quando tutti sono abbagliati e
chiudono gli occhi, lo fa ricadere, un po' pi rapidamente. Poi guarda in lontananza, come se l non ci
fosse nessuno, si gira di centottanta gradi, solleva l'altro braccio, ancor pi lentamente, e con aria
trasognata si passa le dita nella pettinatura, che non  meno curata delle ascelle.
Non dice una parola, che mai potrebbe dire per aumentare il suo splendore, tiene la bocca
chiusa, e il suo silenzio fa pensare a mille cose. Nella vita privata si chiama Signora Bellascella, mai
nome  stato pi appropriato. Dovunque si trovi, tra la gente o a casa sua, non si stanca di mettersi in
posa - che splendida figura!  e di sollevare ora il braccio sinistro, ora il destro. Da sottolineare che
tutto questo lo fa anche a casa sua, anche sola davanti allo specchio.
Lo fa per s, una volta l'ha detto lei stessa, l'unica frase che le venga attribuita, ci vuole una
bella faccia tosta a chiamarla Abba-gliauomini. Durante il giorno  tranquilla, pu starsene in piedi e
godersi a non finire le sue braccia sollevate. Di notte tutto  pi difficile, non sempre sogna se stessa, e
lei non vuole dimenticarsi di s. Cos ha un sonno agitato, dorme con la luce accesa. Di tanto in tanto si
sveglia, scivola gi dal letto -ed eccola a guardarsi, a sollevare il braccio, ecco la sua ascella splendere,
ecco i suoi occhi perdersi in lontananza. Poi, quasi placata, torna a coricarsi. Se questo non basta a
rasserenarla, entra in azione l'altro braccio.
C' da stupirsi se tanti uomini perdono la testa per le sue ascelle? Eppure lei non si accorge di
loro, di nessuno; lei  immune, che cosa pu farci se gli uomini non sanno interpretare il suo splendore?
Gli uomini credono che esista per loro ci che in verit esiste in s e per s,  forse colpa
dell'Abbagliauomini se  fatta cos? Lei deve badare alla sua carnagione, alla quale l'amore non giova.
Ci che  perfetto non appartiene a nessuno ed esige che le distanze siano rispettate; per questo, solo
per questo lei continua a guardare in lontananza.
La Signora Bellascella vive sola e non sopporta n cagnolini n gatti, perch loro non
capirebbero chi  lei; per lei sarebbe inconcepibile un figlio, per il quale sarebbe costretta a chinarsi.
Anche se lo sollevasse, lui non riuscirebbe a vederla, e poi che cosa capirebbe della sua splendida
anatomia?  condannata a vivere sola, accetta il suo destino con coraggio, e nessuno, nessuno ha mai
udito un lamento uscire dalle sue labbra.
Il Bentist
Il Bentist ha la faccia storta e una voce nasale. Della gente ha scarsa opinione e va in cerca di
conferme. Si avvicina agli altri solo quando per loro c' qualcosa che va storto. Non gli bastano le
malattie, sono troppo comuni, gli incidenti sono gi meglio. Se poi si arriva a lesioni gravi, il Bentist
si anima, non si lascia sfuggire il minimo particolare, peggio va a finire tanto meglio per lui. Drizza le
orecchie, non scuote la testa, fa domande su domande ed  contento se lo accompagnano sul luogo
dell'incidente. L si ricostruisce l'accaduto, e per quanto fosse tutto inevitabile, la colpa  sempre e
comunque della vittima. Il Bentist vive di disgrazie, per lui sono manna dal cielo; per star bene ha
bisogno di notizie sull'infelicit del prossimo: se gli mancano per troppo tempo langue e inaridisce.
In tutto quello che gli raccontano fiuta una brutta fine. Non segnala mai il pericolo, se ne guarda
bene.  convinto che ognuno dovrebbe badare a se stesso, chi s'immischia e d consigli si attira le
disgrazie; per lui c' un solo modo di vivere la vita: lasciar fare.
Il Bentist  pieno di rispetto per gli avvenimenti. Vada come vada, solo i deboli guardano
dall'altra parte, un vero uomo guarda dritto negli occhi tutte le disgrazie altrui. I colpi che non lo
sfiorano sono altrettante conferme alle sue convinzioni. Si stenta a credere alla quantit di disgrazie che
il mondo ha in serbo, un occhio le cerca in una direzione, l'altro in quella opposta. Quando gli succede,
una volta di pi, di fiutare qualcosa, il Bentist esprime il suo riserbo con voce nasale.
Si crede invulnerabile perch i suoi occhi non si fermano mai. Gli incidenti degli altri lo
tengono al riparo da ogni possibile minaccia. Un fatto  appena accaduto che ne accade gi un altro,
manca semplicemente il tempo perch proprio a lui possa capitare qualcosa. Dice volentieri:  Doveva
succedere! , e altrettanto volentieri:  Io no . Con i giornali non riesce a saziarsi. Solo quando
scarseggiano da un pezzo le disgrazie giuste e lui sente la siccit crescergli dentro, solo allora prende in
mano - non senza riluttanza - una bella, succosa catastrofe e si abbandona a tutti quei particolari che
non ha appreso di persona.
La Colpevole
La Colpevole  pronta a confessare ogni crimine commesso sotto il sole. Che ne senta parlare o
lo legga nel giornale, riconosce subito quello che ha fatto e china la testa. Si tormenta il cervello, si
domanda come sia stato possibile, come abbia potuto dimenticare una cosa tanto atroce. Non poteva
immaginarselo, non ne aveva la minima idea, quando si  alzata la mattina era ancora occupata in
tutt'altro delitto, nel suo crimine precedente. Ma non appena si  delineato quello nuovo, non appena lo
ha letto nel giornale, su lei si  abbattuta una certezza che ha spinto in disparte il passato, tutto quanto;
e adesso c' solo questo pensiero che la ossessiona.
L'unica cosa giusta sarebbe costituirsi subito, andare alla polizia e rendere un'ampia
confessione. Ma lei ha gi fatto tristi esperienze, ormai sa fin troppo bene che i poliziotti non sanno
niente della natura umana. Basta che lei apra la bocca, e quelli la ritengono innocente. Non stanno
neanche ad ascoltarla con un po' di attenzione, la interrompono, le dicono con garbo:  Ah s? , e la
rimandano a casa. E' come se le leggi non valessero per lei. Ha provato anche con memoriali autografi
e ha anticipato la soluzione di non pochi delitti additando subito la colpevole, se stessa. Non le
mancano i particolari con cui documentare la sua dichiarazione: le basta sapere che  stata lei, e l per l
si ritrova una memoria formidabile. Ma ogni volta ci sono altri che riescono a intrufolarsi e ad arrogarsi
la colpa. Quegli orribili processi nei quali altri al suo posto vengono condannati all'ergastolo o alla
reclusione, non ha l'animo di leggerli. Si vergogna per lo stato in cui  ridotta una giustizia che di lei
non vuol saperne, proprio di lei che pure sarebbe sempre pronta a espiare il suo misfatto. Quanto
denaro buttato dalla finestra solo per le indagini, che sperpero, quante lungaggini! Che cosa passa per la
testa a quei pazzi che alla fine confessano, quale confusione mentale pu mai costringerli ad ammettere
qualcosa che non possono, assolutamente non possono aver fatto?
In certi casi, quando  sconvolta da queste vicende del mondo, cos sconvolta da non
raccapezzarsi pi, si domanda se  pensabile che un delitto, lo stesso delitto, sia stato commesso due
volte. E se tutti fossero pazzi, e lei l'unico essere umano a vederci chiaro? Dio le  testimone che non
vuole vantarsi, e come pu ancora vantarsi un essere che  stato capace di un atto simile? Ma  ben
strano, in ogni modo, che gli uomini in generale sappiano cos poco di s.
La Colpevole non crolla. Tiene duro, raccoglie le forze, vive per il giorno in cui le sar resa
giustizia. Delitti che vengono, delitti che vanno, ma poi, quando finalmente l'avranno capita, lei vuole
stare al suo posto, a testa alta, e accogliere con gratitudine la pena che le  dovuta.
Il Parlavuoto
Il Parlavuoto sa con chi parlare, sceglie persone che non sanno di che cosa stia parlando.
Quando rivolge la parola a qualcuno, lui conosce bene quello sguardo perplesso, quello smarrito
sbattere di ciglia, e solo se lo smarrimento arriva a un grado sufficiente si lancia a parlare. Allora  un
turbine di idee, e argomenti cui non avrebbe mai pensato gli si presentano a bizzeffe; sente allora di
poter fare e disfare ogni cosa, s'infervora fino all'ebbrezza pi cupa, intorno a lui l'atmosfera emette
voci da oracolo.
Ma guai se sul volto dell'interlocutore guizza un lampo, un segno di repentina intelligenza, di
comprensione - allora il Parlavuoto si affloscia, s'impapera, tartaglia, si blocca; in preda al pi penoso
imbarazzo, prova a riprendere il discorso, e quando si accorge che non c' nulla da fare, che l'altro
comprende ed  ben deciso a perseverare nella sua comprensione, si arrende, ammutolisce e si
allontana bruscamente.
Ma non sono sconfitte cos frequenti. Il pi delle volte il Parlavuoto riesce a rimanere
incompreso. Si  fatto un'esperienza e sceglie le persone giuste, non si rivolge al primo venuto. Li
conosce, lui, quei tipi che afferrano tutto al volo. Come se qualcuno potesse intuire il tema del quale
intende parlare! Ma se non lo sa nemmeno lui! Quello che dir non sta scritto da nessuna parte, neppure
nelle stelle: come potrebbe saperlo qualcun altro? Il Parlavuoto intuisce che l'ispirazione  cieca, che
soltanto dal nulla pu venire la scintilla capace di accenderla. Sarebbe facile prendere le mosse dalle
aberrazioni in cui si trastullano le nature inferiori. Il Parlavuoto cela dentro di s il mondo come caos.
In lui il caos  innato, una volta ogni cent'anni il caos elegge un depositario: lui.
Si potrebbe supporre che per lui la cosa ideale sarebbe vedersela a quattr'occhi con il caos. Ci si
pu immaginare il Parlavuoto intento a parlare solo a se stesso, in totale solitudine. Ma  un errore
imperdonabile. Il Parlavuoto riesce ad accendersi solo all'ottusit altrui. In questa citt densamente
popolata si muove avanti e indietro, va in giro, si ferma davanti a questo o a quello, lancia un'esca che
non dice niente, ne osserva l'effetto e solo quando nota l'agognata perplessit attacca a parlare e si
eleva al caos che gli  proprio.
La Sbiancatutto
La Sbiancatutto  immacolata, l'aria che respira  lino puro. Ha dita rigide e occhi aguzzi. Che
lei ricordi, non ha mai avuto un raffreddore, ma la sua voce  leggermente roca. Dice di non aver mai
sognato una volta, e non si stenta a crederle.
Molti vengono a lei in cerca di ordine.  irresistibile. Parla poco, ma ci che dice ha la forza dei
dogmi di una Chiesa intera. Non  detto che preghi, lei stessa  la sua Chiesa. Quando celebra il
candore immacolato, ci si sente sprofondare per la vergogna di aver vissuto cos a lungo nella sporcizia.
Rispetto a lei tutto  sporcizia, inutile negare. Spalanca i suoi occhi aguzzi e te li fissa addosso cos
limpidi da farti avvertire un lucore interno. Come se tutti i suoi panni tu li avessi dentro: piegati con
cura, mai stesi, una pila immacolata, in eterno, in eterno.
Ma non  mai contenta del tutto, di macchie ne trova anche lei, anche nel suo candore. Bisogna
vederla quando si blocca di colpo, allibita, perch ha notato un puntolino. Allora diventa pericolosa,
come un serpente velenoso. Allora apre la bocca e mostra terribili denti carichi di veleno. Allora, prima
di colpire, emette un sibilo, guai alla macchiolina. A volte  successo che questa sparisse per la paura e
che la Sbiancatutto continuasse ostinata a cercarla per ore. Ma pu anche succedere che non sparisca.
Allora si scatena un uragano. La Sbiancatutto afferra i panni immacolati, non solo quello, ne afferra
altri venti, strati su strati, e si accinge a lavare di nuovo, l per l, tutta la pila, quanto  alta.
In tali frangenti  meglio lasciarla sola, perch la sua furia non conosce confini. Tutto quello
che le capita a tiro viene messo nel bucato, tavoli, sedie, letti, persone, animali. Sembra di essere al
giorno del Giudizio. Non c' niente che trovi grazia ai suoi occhi aguzzi. E' gi accaduto che animali e
persone fossero lavati a morte. Allora sembra di tornare al giorno prima della Creazione. La luce 
separata dalle tenebre. Dio non  pi sicuro di come andr a finire.
L'Idrovoro
L'Idrovoro vive nella paura di dover morire di sete e fa incetta di acqua. La sua cantina sembra
ben fornita, ma non  una vera cantina, tutte le bottiglie sono piene d'acqua, sigillate dalle sue mani,
messe in ordine annata per annata.
Per l'idrovoro ogni spreco  un tormento. Sulla Luna tutto  cominciato cos.  L'acqua? Che
bisogno c' di risparmiarla? Di acqua ne abbiamo per tutta l'eternit! . Cos lasciavano i rubinetti
semiaperti, gocciolavano sempre, lass facevano il bagno tutti i giorni. Era una razza imprevidente,
quella l. E come sono finiti? Quando arrivarono le prime notizie dalla Luna, l'idrovoro era fuori di s
per l'agitazione. Aveva sempre saputo che dipendeva dall'acqua, gli abitanti della Luna erano andati in
malora a furia di sprecare acqua. L'aveva sempre detto, lui, e la gente rideva e lo prendeva per matto.
Ma adesso, adesso si era arrivati lass, e si poteva vederlo nero su bianco, persino a colori. Non una
goccia d'acqua, non un essere vivente da nessuna parte! Non era difficile trovare un nesso tra le due
cose.
L'Idrovoro risparmia per tempo. Va dai vicini e chiede un po' d'acqua. Gliela danno volentieri,
lui ritorna. Cos non abusa del proprio rubinetto, che ha la stessa sua sensibilit e si blocca prima che
sia troppo tardi. Tutto quello che gli danno, lui lo raccoglie con cura, non una goccia va perduta per
strada. E in cucina ci sono le bottiglie gi pronte, le etichette con l'annata gi scritta, la cera per
sigillarle. In verit non  neanche pi una cucina, si pu definirla piuttosto un laboratorio idrico. Lui si
 gi fatto una bella scorta, e se si arriva al peggio pu tirare avanti per un poco con la sua famiglia. Ma
non ne parla, ha paura dei ladri e ritiene pi saggio osservare il silenzio sulla sua doviziosa cantina.
Quando piove, l'idrovoro piange. Oggi  stata l'ultima volta, bisbiglia, a questo giorno
ripenseremo per un pezzo. Piove di nuovo, certo, ma lui, essendo un contagocce, sa che ogni volta ne
viene gi meno, presto cesser del tutto di piovere, i bambini domanderanno: la pioggia, com'era fatta
la pioggia?, e nella siccit imperante non sar facile spiegarglielo.
Il Lingualesta
Il Lingualesta parla su pattini da ghiaccio e sorpassa i pedoni. Le parole gli cadono di bocca
come gusci vuoti. Sono leggere, essendo vuote, ma sono tante. Su mille vuote ne capita una col
nocciolo, ma  un puro caso. Il Lingualesta non dice mai cose su cui abbia riflettuto, le dice prima. Non
 il cuore che gli trabocca,  la punta della lingua. E poi non importa quel che dice, per lui l'importante
 cominciare. Strizza l'occhio per segnalare che si va avanti, che non  mica finita, poi lo strizza di
nuovo e continua a strizzarlo finch l'altro perde ogni speranza e gli presta orecchio.
Il Lingualesta rifiuta di sedersi, si andrebbe per le lunghe, preferisce scorrazzare sulle piste di
ghiaccio, dove tutto  lustro e liscio, e altri del suo stampo possono ammirarlo in piena corsa. Evita
l'oscurit. Divora il giornale. Lo legge come se a parlare fosse lui, tutto d'un fiato, e gi il giornale gli 
entrato nella lingua, gli rotola gi dalla bocca sciorinando notizie di ieri e di dopodomani. Il tempo non
gli crea difficolt: mentre altri se lo trascinano addosso faticosamente, lui lo supera, lo precede, e non si
ferma mai, neanche un attimo, a riprendere fiato. E un giornale vale l'altro, lui ne prende uno dal
mucchio, di vecchi non ce ne sono, purch sia diverso, e titoli e sottotitoli sono tutti intercambiabili.
Il Lingualesta non  mai cambiato, finora, perch non c' nulla che gli resti addosso. Di persone
e vestiti si libera all'istante: senza neanche accorgersene passa ad altri; e quanto alle persone, tutte
hanno nomi che si ripetono. Se di un cognome non si pu fare a meno, lui ne dice uno a caso, e appena
l'ha detto strizza gi l'occhio un'altra volta: si pensa a uno scherzo, e a nessuno viene in mente di fare
domande.
Il Lingualesta ha parenti con cui esercitarsi. Per lui non sono diversi da tutti gli altri, ma  gi
una seccatura che non siano facce nuove. Preferirebbe poterli scambiare con altri, e anche questi con
altri ancora, all'infinito, perch loro contano sulla conoscenza reciproca, si montano la testa e
approfittano di un momento per aprir bocca e dire la loro.
L'Iperpurista
L'Iperpurista possiede una bilancia d'oro.
La tira fuori dalla borsa e se la mette accanto. Poi si toglie di bocca una parola e la depone in
fretta sulla bilancia. Ne conosce il peso gi da prima, ma non vuole rimorsi di coscienza. Non vuole
usare la parola prima di averla pesata. Si preoccupa che ogni sillaba abbia quel che le spetta, e sta bene
attenta che nessuna sia mangiata. Quando ogni sillaba  al suo posto, non troppo larga, non troppo
stretta, con i contorni precisi e senza arie, l'Iperpurista annuisce e si concede il permesso di leggere il
peso totale della parola. E' difficile che ci sia un cambiamento, ma la conferma della bilancia 
decisiva. Se c' un'oscillazione troppo forte nel peso di certe parole, lei si guarda bene dal portarle alla
bocca.
L'Iperpurista usa sempre le parole giuste, cos infallibilmente giuste che gli altri la ascoltano a
bocca aperta. Forse sperano di mangiarsi loro le parole e di tenersele per qualche occasione favorevole.
Assurda speranza! Le parole non sono fatte per tutte le bocche, da certe bocche rimbalzano indietro
come pallottole. Per fortuna non accettano di stare dove non si sentono al loro posto. Di iperpuristi ce
n' pochi, si contano sulle dita di una mano. Ci vuole una vita di abnegazione e una coscienza
incorruttibile. Bisogna saper conservare integre le parole e mai abusarne per fini egoistici. Non importa
ci che si dice, ma  necessario che sia detto in purezza. La via pi sicura: accontentarsi di non dire
nulla, ma sempre con parole pure.
A volte l'iperpurista prende in mano un libro solo per saggiarlo. Le parole che non sono proprio
spacciate, le estrae dal loro ambiente degradato e le mette in una vaschetta d'oro. L le lava
accuratamente con acidi nobili, e quando tutte le tracce di contaminazione sono scomparse preleva le
parole con una pinzetta surgelata, le porta a una sorgente immune da qualunque inquinamento e le
lascia l per sette notti alla luce della luna. Dev'essere una sorgente rara, sconosciuta, perch solo cos
l'opera di depurazione non sar disturbata da qualche finto amico della natura.
L'Iperpurista ha una bocca in cui le parole non rischiano di infettarsi. Si dice che non la usa mai
per mangiare, proprio perch non vuole compromettere le sue protette. Si nutre di liquidi aromatici che
fanno bene alle parole. La sua  una vita virginale, come quella di una vestale. Eppure questa vita santa
non le pesa: la accetta nel nome e in onore della lingua, di una lingua che dev'essere pura, e fintanto
che la bilancia e la vaschetta sono d'oro lei va avanti intrepida, e non c' verso che si lasci traviare da
qualche zotico corruttore.
Il Testimone auricolare
Il Testimone auricolare non affatica la vista, in compenso ha un udito tanto pi fine. Arriva,
resta l, si ficca in un angolo senza farsi notare, sembra assorto in un libro o in una vetrina, ascolta quel
che c' da ascoltare e si allontana, assente e indifferente. Si direbbe che l non  mai stato, tanto  bravo
a scomparire.  gi da un'altra parte, gi intento di nuovo ad ascoltare. Conosce tutti i luoghi dove c'
qualcosa da ascoltare, immagazzina tutto per bene e non dimentica niente.
Mai che dimentichi qualcosa: bisogna vedere il Testimone auricolare quando viene il momento
di buttar fuori quello che ha dentro. Allora  un altro, due volte pi grasso e dieci centimetri pi alto.
Ma come fa, ha forse dei tacchi alti e li usa quando c' da vuotare il sacco? Forse s'imbottisce di
cuscini perch le sue parole suonino pi gravi e pi importanti? Non aggiunge niente di suo, ripete
parola per parola, molti vorrebbero non aver parlato quel giorno. Con lui tutti questi ritrovati moderni
diventano superflui: il suo orecchio  pi fine e pi fedele di qualsiasi apparato, nulla si cancella, nulla
viene rimosso, neanche le cose pi atroci: menzogne, invettive, maledizioni, oscenit d'ogni genere,
insulti in lingue remote e poco conosciute; anche ci che non comprende, lui se lo registra esattamente
e lo riproduce invariato, basta chiedere.
Il Testimone auricolare non si fa corrompere da nessuno. Quando c' di mezzo questo
strumento cos utile, uno strumento che lui solo possiede, non ha riguardi per nessuno, non ne avrebbe
per la moglie, il figlio o il fratello. Quello che ha udito ha udito, non c' Padreterno che possa farci
niente. Ma ha anche i suoi lati umani, e come altri hanno i loro giorni di ferie in cui si riposano dal
lavoro, cos lui ogni tanto  sia pure di rado  si mette i paraorecchi e si astiene dall'immagazzinare
parole. E' molto semplice: in questi casi lui si fa notare, guarda la gente negli occhi; quello che dicono
in queste circostanze  privo di qualunque interesse e non basta a segnare la loro condanna. Quando ha
disinserito i suoi orecchi segreti,  un brav'uo-mo, ognuno si fida di lui, ognuno  disposto a bere un
bicchiere con lui, si pu avere una innocua conversazione. Allora nessuno immagina di avere a che fare
col boia in persona. E' incredibile come sono innocenti gli uomini quando nessuno  l con gli orecchi
aperti.
Il Perditore
Riesce a perdere tutto. Incomincia con inezie. Ha molto da perdere. Quanti posti ci sono in cui 
facile perdere qualcosa.
Le borse, lui se le fa fare apposta per questo. I bambini gli corrono dietro per la strada,  Mister
 qua,  Mister  l. Lui sorride tutto contento e non si china mai a raccattare. Si guarder bene dal
ritrovare qualcosa. Possono corrergli dietro tutti quelli che vogliono, lui non si china. Ha perduto quel
che ha perduto, e non c' da stupirne: che altro voleva se non questo? Ma come mai gli resta ancora
tanto? Le sue riserve non finiscono mai? Sono inesauribili? E' cos, ma nessuno se ne rende conto. Si
direbbe che possieda un'immensa casa piena di piccoli oggetti, e sembra che sia impossibile
sbarazzarsi di tutti.
Forse ci sono camion stracarichi che si fermano alla porta di servizio e scaricano mentre lui 
fuori per il suo giro di perdite. Forse non sa che cosa succede in sua assenza. Non se ne cura, non
gl'interessa, se non ci fosse pi niente da perdere farebbe tanto d'occhi. Ma non si  mai trovato in
questa situazione, lui che pu perdere ininterrottamente, felice creatura.
Felice, perch se ne accorge sempre. Si potrebbe pensare che non se ne accorga nemmeno, si
potrebbe pensare che vada in giro come un sonnambulo e non sappia quel che fa e quel che perde,
come se tutto avvenisse da s, ininterrottamente, sempre; e invece no, lui non  fatto cos, lui ha anche
bisogno di saperlo, di sentirlo, ogni volta, ogni inezia, altrimenti non ci prova gusto, deve sapere che sta
perdendo, deve continuare a saperlo.
La Filaguai
La Filaguai trascina il suo grosso gomitolo, non se ne separa mai, se lo tiene vicino, cos
pesante che quasi non riesce pi a smuoverlo, sempre pi pesante. Dall'et della ragione l'ha sempre
avuto con s, non le passa per la testa che potrebbe anche liberarsene. E' piegata in due, fa pena a molti,
ma oppone una strenua resistenza a tutti coloro che hanno pena di lei. Quei poveretti non hanno idea
dei loro guai, non hanno idea di ci che li aspetta. Lei si avvicina, getta su di loro un'occhiata di
traverso, e dal basso scopre il guaio che li minaccia. Capisce subito che non c' rimedio, qualunque
cosa accada la situazione pu solo peggiorare; e peggiora da un incontro all'altro. Lei annuisce e pensa
al suo gomitolo. Sono tutti arrotolati l dentro, per lei  un gran peso, ma per quelli  anche peggio.
Le buone azioni le compie volentieri, e infatti dice: Attenzione! Se almeno le dessero ascolto.
Mai camminare sotto gli alberi, dice lei, ci sono rami fradici. Mai attraversare la strada, ci sono auto
che mordono. Mai camminare rasente ai muri, ci sono tegole che cascano. Mai dare la mano a
qualcuno, mai entrare in casa d'altri,  tutto un brulicare di bacilli maligni. La Filaguai si dispera alla
vista delle donne incinte: niente figli, raccomanda, se non muoiono alla nascita muoiono pi tardi. Ci
sono tante di quelle malattie, ci sono pi malattie che bambini, e tutte si abbattono sulla povera
creatura: perch allora farla soffrire? Meglio che non venga al mondo.
Lei, la Filaguai, di bambini non ne ha mai avuti, perci pu dire quello che dice. Degli uomini
non si  mai fidata, se un uomo le mette gli occhi addosso lei guarda subito dall'altra parte. Faceva la
cucitrice a domicilio, ma nemmeno questo  un lavoro sicuro. Ha conosciuto persone che sono morte
prima che lei avesse finito di cucire. Da loro non c' stato verso di prendere un soldo. Ma lei non si
lamenta. Mette tutto nel gomitolo. Del gomitolo si fida, l  tutto vero: cos  nel gomitolo, cos succede
senz'altro.
La Filaguai dorme in piedi in uno sperduto vicolo cieco. Il gomitolo le fa da letto e da cuscino.
Lei  prudente e non dice mai il suo nome. Non ha mai ritirato una lettera. In una lettera pu solo
esserci un guaio. Ogni volta che vede i postini rimane di stucco: non portano in giro altro che disgrazie,
e la gente  tanto stupida da leggerle.
Il Turbogaudente
In altri tempi il Turbogaudente sarebbe arrivato col vento, adesso ci sono mezzi pi rapidi. Il
suo aeroplano  appena atterrato a Bangkok, e gi lui si studia l'orario delle partenze per Rio e si fa
subito una reservatio mentalis per Roma. Il Turbogaudente ama la vita tumultuosa delle grandi citt.
Dappertutto c' qualcosa da comprare, dappertutto qualcosa da scoprire e provare.
Gli piace vivere al giorno d'oggi, perch com'era la vita in altri tempi? Non si andava molto
lontano, e com'era faticoso e pericoloso viaggiare! Adesso non occorre muovere un dito. Si fa il nome
di una citt, ed ecco che gi ci si  stati. Magari si finisce col capitarci anche una seconda volta: se
questo rientra nell'allegro programma, tutto  possibile. La gente crede che lui sia gi stato dappertutto,
ma lui ha le idee chiare. Si costruiscono nuovi aeroporti, s'inaugurano nuove linee. I vecchi barbogi
sognino pure tranquille crociere su navi da diporto, lui augura buon divertimento sulle loro chaises
longues, per lui ci vuol altro, lui ha fretta.
Il Turbogaudente ha una sua lingua particolare. E' fatta di nomi di citt e di valute, di specialit
esotiche e capi di vestiario, di alberghi, di spiagge, di templi e locali notturni. Lui sa anche dove  in
corso una guerra, pu essere una seccatura. Per l vicino c' spesso da divertirsi in maniera originale, e
se non  troppo pericoloso lui va a godersela, due o tre giorni, e poi via da un'altra parte, per amore del
contrasto, dove  tutto l'opposto della guerra.
Il Turbogaudente non ha pregiudizi. Trova che gli uomini sono uguali dappertutto, perch tutti
vogliono sempre comprare qualcosa. Si tratti di vestiti o di antichit, fanno ressa nei negozi. C' denaro
dappertutto, anche se  diverso, dappertutto si pu cambiare. Provino a mostrargli un posto, in tutto il
mondo, che non abbia le sue manicures e i suoi quartieri poveri. Se la cosa non va troppo per le lunghe,
nulla di umano gli  alieno, lui mostra comprensione e interesse per tutti e per tutto. Un Turbogaudente,
a lasciarlo fare, non ha malanimo per nessuno, il mondo andrebbe benone se tutti fossero come lui. Un
giorno tutti saranno come lui, ma  meglio che non succeda tanto presto. Meglio non assistere
all'avvento del Turbogaudente di massa, non sar un divertimento. Lui sospira in fretta, ha gi
dimenticato, e si salva buttandosi nel primo aereo.
La Cugina lunare
La Cugina lunare ha parenti sulla Luna.  stato un sogno a rivelarglielo, ma lo sospettava gi
prima, perch non le era mai capitato di arrivare in un paese senza imbattersi in persone che le
apparivano note e familiari. Non erano amici, non le aveva mai viste, e poi parlavano una lingua
incomprensibile. C'era per qualcosa nel loro aspetto: il modo in cui inclinavano la testa, la curva delle
unghie, i piedi in posizione di trepida attesa. Prima ancora che affiorassero questi particolari si provava
un'attrazione reciproca. In una citt esotica, nell'animazione della piazza principale, si vedeva
improvvisamente un uomo che spiccava fra tutti gli altri. Costui si avvicinava con passo sicuro, come
se l'ultimo incontro fosse avvenuto il giorno prima. Guardava negli occhi con un'espressione che non
lasciava dubbi: anche a lui era accaduta la stessa cosa, l'improvvisa scoperta di qualcuno in mezzo a
tutti gli altri; e bench qualche volta si possa sbagliare,  poco probabile che due perfetti sconosciuti,
due che non si sono mai incontrati, si sbaglino allo stesso modo nello stesso momento. E poi si pu
constatare ben presto che non ci sono scopi reconditi, perch se il nuovo venuto non pretende nulla e
semplicemente cede al suo puro stupore, se  chiaro che anche lui si trova nello stesso, identico stato
d'animo, tutto questo deve pur significare qualcosa.
La Cugina lunare non lascia mai perdere un nuovo venuto, uomo o donna che sia, ma preferisce
le donne, perch  meglio evitare equivoci che facilmente danno luogo a delusioni. Si tasta un po' il
terreno e di solito si trova una terza lingua che giova alla comprensione, ci si siede a un tavolo, si
scambiano antefatti e presto le apparenti distanze si riducono. Ci sono state tante emigrazioni a questo
mondo, e la gente ha lasciato il proprio paese per innumerevoli ragioni. La Terra  piccola, oggi lo
sanno tutti, le distanze non contano granch. Non passa molto, e gi si  arrivati a un nome che dice
qualcosa a tutti e due, finch, con un po' di pazienza e moltissimo tatto, viene fuori - si stenta a
crederlo - che si appartiene alla stessa famiglia e magari si aveva addirittura una certa idea
dell'esistenza dell'altra persona. Chi ha sensibilit per queste cose, chi tiene aperti gli occhi e la
memoria non ha bisogno di correre dietro agli estranei perch ha parenti dappertutto.
 Io annoto questi incontri in un diario,  dice la Cugina lunare  ed  l'unico motivo per cui
faccio i miei viaggi. Non sono mai stata in un paese in cui non abbia trovato parenti. Il mondo non pu
essere cos cattivo come si dice. Perch tutti quanti non si mettono a cercare le loro famiglie? Invece di
andare in paesi stranieri per sentirsi stranieri, si dovrebbe viaggiare per sentirsi a casa propria .
Ha dimostrato la fondatezza del suo presentimento e cos si trova a suo agio in qualunque posto,
perch la prima cosa che fa dopo l'arrivo  questa: individuare la sua famiglia. Si raccapezza anche nei
paesi pi piccoli, e se in un paese non ci fossero pi di dieci abitanti, c' da scommettere che sarebbe
imparentata con uno di loro.
Mentre era in preparazione il primo viaggio sulla Luna, lei pensava solo a un messaggio da
mandare a sua cugina. Si rivolse a uno degli astronauti e gli chiar quanto fosse importante usare questo
contatto. Lui promise che per prima cosa avrebbe depositato la lettera sulla Luna. Non si pu ancora
dire con certezza se il messaggio sia arrivato a sua cugina. Ma tutto  possibile, e non appena verr
fuori che ancora una volta l'istinto non l'ha ingannata, da quel momento  Cugina lunare , il
nomignolo ironico con cui adesso la chiama la gente, diventer il suo titolo onorifico.
L'Addentacase
L'Addentacase ha modi insinuanti ed  un maestro nell'arte di allacciare nuove amicizie. Si fa
ben volere soprattutto dalle signore, alle quali bacia la mano. Senza mai avvicinarsi troppo, s'inchina,
ghermisce la mano come un oggetto prezioso e le fa compiere un lungo tragitto prima di portarla alle
labbra. Allunga il tragitto con una parabola tutta speciale e riesce a destare in ogni signora, anche nella
pi navigata, il senso della propria irraggiungibilit. Si rammarica di non poter trattenere la mano, e
quando alla fine, molto lentamente, essa gli scivola dalle dita, si sente nell'aria la tristezza della sua
rinuncia e si vorrebbe dargli un premio.
Sono cose che non si dimenticano, e l'Addentacase si procura cos gli inviti pi desiderati.
All'inaugurazione di una nuova casa non si pu fare a meno di lui. Porta con s il profumo di altri
tempi. A tutte le signore viene presentato con abbondanza di particolari, e lui bacia le mani con
scrupolo, l'una dopo l'altra. In verit le signore si mettono in fila, ma senza dare nell'occhio, solo
l'intenditore se ne accorge; dev'essere successo che qualcuna, dopo aver ricevuto il baciamano,
andasse di nuovo a mettersi in coda. Ma l'Addentacase cerca di concludere in fretta, perch non  mica
venuto per questo.
All'Addentacase interessa trovare una stanza in cui appartarsi. Non dev'essere troppo piccola e
nemmeno troppo isolata, anche l si devono sentire l'atmosfera e i rumori della festa. E' bene che
l'uscio rimanga aperto mentre lui  all'opera. In questa stanza ha da esserci qualcosa di prezioso: un
arazzo, una tenda di broccato, una scultura, un quadro. In questa casa non ha mai messo piede, ma si 
gi guardato intorno. Anche nel baciare le mani tiene gli occhi aperti.
L'Addentacase non va mai in una casa nuova senza addentarne via un pezzo. Non bisognerebbe
lasciarlo solo. Lui non sa mai in anticipo che cosa ne addenter. Qualcosa verr fuori. Probabilmente
dipende dalla padrona di casa. Ogni mano che lui porta alle labbra gli comunica un'emozione
particolare, ma ogni volta  la mano della padrona di casa a far pendere la bilancia. Il ricavato se lo
porta via come ricordo. Non pu andarsene senza avere addentato qualcosa. In mancanza d'altro si
accontenta di una fibbia.
Finora gli  andato tutto bene, e non l'hanno mai pescato. Non pu sopportare gli intrusi; se 
costretto a mollare una cosa che aveva gi tra i denti, diventa furioso e la disdegna. Non ci mette i denti
una seconda volta, adesso  roba rancida che non merita le sue attenzioni. Il segreto sta nel sottrarsi alle
signore che vorrebbero seguirlo. Ma nel suo comportamento c' qualcosa che incute rispetto, e nessuna
si prende troppa confidenza. Si limitano a seguirlo col pensiero e a domandarsi chi saranno mai le
donne della sua vita. Quando ritorna alla festa, ormai soddisfatto, ha la tasca piena.
Il Legato
Il Legato ha sempre vissuto dove c'era bisogno di lui e vuole che si continui ad averne. Ci sono
momenti in cui non sa pi a chi appartiene, e allora attende la lettura dei testamenti. Non appena 
chiaro chi se l' aggiudicato, si rende insostituibile. Sa far di conto, per esempio. Sa le lingue. Sa fare
un biglietto del treno. Sa cambiare la valuta. Non dice mai no, in vita sua - non  pi un ragazzino - non
ha mai detto di no. Dire di no  contro la sua natura. Indovina i desideri prima che i suoi padroni si
accorgano di averli. E' un buon osservatore. Vien da pensare che s'infili nel suo padrone e lo osservi
dall'interno. Il padrone pu essere chi vuole: lui non avverte differenze, solo desideri.
Il Legato non  mai stato male, su di lui una malattia stonerebbe. Nessuno comunque se n' mai
interessato. Ha gambe e braccia, ma non un aspetto, n buono n cattivo. In casa non parla mai, solo
fuori, quando  in giro a procurare qualcosa; senza una parola la riporta, senza una parola la ripone, con
prezzi, orari, messaggi o altri dati, tutto per iscritto, e gi  scomparso un'altra volta. Nessuno  mai
entrato in camera sua: forse la camera esiste, ma se esiste lui quasi non la vede, perch  in piedi prima
che qualcuno si svegli nella famiglia del padrone, e va a dormire dopo tutti quelli della famiglia.
Il Legato non pretende benserviti che del resto nessuno gli darebbe. Di salario non se ne parla:
non facendo mai nulla per s, non ne ha bisogno. E' vero che mangia, ma lo fa con misura e senza
disturbare. Nessuno l'ha mai visto con la bocca aperta, ha il buon gusto di sbrigarsela in silenzio, in un
angolino. Di soppiatto si tasta i denti: ne ha ancora qualcuno. Capisce al volo se per un viaggio 
richiesta la sua presenza e si paga il biglietto di tasca sua, nella classe che gli compete. Traduce senza
difficolt le lingue straniere, si resta sbalorditi nel sentirlo parlare all'estero, lui che a casa non dice una
parola. In viaggio si passa il tempo a far fotografie, e a volte, se lui non  svelto a tirarsi da parte, lo si
ritrova, indesiderato, nella foto. La famiglia del padrone se ne accorge e fa una smorfia. Ma anche in
questi casi si pu contare su di lui. Prende le pellicole, le porta a sviluppare e quando  di ritorno 
scomparso dalle foto. Come faccia  un mistero, nessuno glielo chiede, lui non lo spiega, l'importante 
che i familiari del padrone rimangano tra loro e il Legato non appaia da nessuna parte.
Lo Scoprimagagne
Lo Scoprimagagne guarda dietro gli angoli e non si fa abbindolare. Sa che cosa pu nascondersi
sotto maschere innocenti, vede in un lampo che cosa si vuole da lui, e prima che la maschera cada da
s, la strappa via, rapido e deciso.
Lo Scoprimagagne sa anche aspettare. Va tra la gente e se la studia, ogni cosa ha un suo
significato. Basta che uno pieghi il mignolo, e gi si capisce che cosa ha in mente di mostruoso. Tutti
l'hanno giurata allo Scoprimagagne, il mondo brulica di assassini. Se qualcuno lo osserva, lui guarda
subito dall'altra parte, quel tale non deve capire che  smascherato: meglio che si culli ancora un poco
nelle sue ebbrezze criminali e covi indisturbato i suoi piani diabolici. Per un poco lo Scoprimagagne 
perfino disposto a passare per stupido. Intanto il sangue gli bolle nelle vene,  un tale ribollire che lui
stesso potrebbe dissolversi in vapore. Ma sta bene attento che questo non avvenga e colpisce prima che
si arrivi a tanto.
Lo Scoprimagagne colleziona propositi malvagi. Lo spazio non gli manca, li custodisce con
cura; e la sua borsa, che  piena di magagne, la chiama il vaso di Pandora. Entra in scena con passo
felpato, per non spaventare le maschere prima del tempo. Se ha da dire qualcosa, il tono  garbato;
parla lentamente, come se gli riuscisse difficile. Quando guarda uno negli occhi, pensa all'altro:  una
manovra diversiva. Se ha un appuntamento, arriva all'ora sbagliata, molto in ritardo, come per una
dimenticanza. Cos culla il nemico in una falsa sicurezza, dandogli il tempo di farsi di lui un'idea
errata. Poi, quando arriva, si scusa umilmente e giustifica il ritardo con una spiegazione orripilante,
mentre gi il farabutto si frega le mani sotto il tavolo. Poi lo Scoprimagagne lo lascia parlare per un
pezzo e non dice niente, spesso annuisce col capo, come in segno d'intesa; guarda in giro con aria ebete
e ammirata, resta attonito e ride e fa udire di tanto in tanto un complimento. E' la sua tattica, finora tutti
ci sono cascati. Lo Scoprimagagne si congeda, d la mano al farabutto, gliela stringe con forza, dice
con aria innocente:  Ci penser , e si avvia verso casa per mettere in fila le magagne  non gliene 
sfuggita una sola - e ordinarle in un sistema.
Per i sistemi ha una speciale predisposizione. Nel mondo, infatti, tutto rientra in un sistema, non
c' nulla di casuale, ogni porcheria  legata alle altre, in sostanza  sempre lo stesso farabutto, uno solo,
che si traveste in molti per gettare fumo negli occhi.
Con la sua acuta intelligenza lo Scoprimagagne penetra a fondo, trova il bandolo, ha gi in
pugno tutta la lurida matassa e la tira fuori, la mette in mostra e in cuor suo compiange il Creatore che
ha operato con tanta accortezza, tanta s, ma non sufficiente per farla in barba a lui.
La Malconcia
La Malconcia continua a studiarsi, un giorno dopo l'altro, e s'imbatte in difetti sempre nuovi.
Fa le pulci alla propria pelle, si chiude in casa con lei e non prende mai in esame pi di una piccola
zona per volta. Questa zona la esplora con lenti e pinzette: scruta, pizzica e torna sullo stesso punto a
pi riprese. Infatti, ci che alla prima indagine appariva intatto si rivela difettoso gi alla successiva.
All'inizio delle sue ricerche, dopo una grave delusione, lei non sapeva quante imperfezioni avesse. Ora
ne  cosparsa in ogni parte ed  ancora lontana dal conoscerle tutte. Quando ne scopre una, se la annota
per benino e torna a studiarla scrupolosamente appena viene il suo turno.
La consapevolezza che la Malconcia ha di s  motivo di grave sofferenza. Non c' mai il
minimo miglioramento. Un difetto, quando lei l'ha scoperto, non cambia pi, rimane e si fa sempre
ritrovare.  bene che resti ancora tanto da indagare, perch se tutta la pelle fosse gi esplorata lei
crollerebbe sotto il peso delle sue scoperte; la tiene in piedi il pensiero che rimane ancora tanto da fare.
E' un impegno che spingerebbe pi d'uno alla disperazione. Ma lei se lo addossa volentieri,
poich vive per arrivare alla sua verit. Non ne parla con nessuno, a chi pu interessare, e lei vorrebbe
portare a termine la sua missione prima di morire. Quanto alla schiena, al modo di studiarla, non osa
pensarci. La lascia per ultima e spera in una folgorazione che le consenta di esplorare la schiena.
La Malconcia sogna che le tolgano la pelle, fino all'ultimo pezzetto, tutta quanta, e la stendano
nel solaio, ben nascosta, solo per lei. Lass, dove il bucato  steso ad asciugare, la pelle potrebbe stare
al sicuro, senza dare nell'occhio; se le cose fossero fatte a dovere, nessuno se ne accorgerebbe. Cos ci
sarebbero non pochi vantaggi. Il problema della schiena sarebbe risolto e si potrebbe procedere pi
tranquillamente e in modo pi appropriato. Sarebbe un lavoro pi regolare e non si avrebbe sempre la
sensazione che questa o quella parte sia offesa per la preferenza accordata alle altre.
La Malconcia sospetta che tutte le donne si comportino in segreto come lei. C' qualcuna,
infatti, cui la pelle dia requie, se appena le si dedica un po' di attenzione?  per questo che la pelle
prude:  segno che vuole essere tenuta in considerazione e presa sul serio. La Malconcia non invidia
nessuno, sa come stanno le cose, non si lascia ingannare da un viso radioso, ci sono altre zone che
hanno un aspetto ben diverso; e si meraviglia che gli uomini si facciano abbindolare e si sposino senza
un esame attento, meticoloso, che dovrebbe richiedere anni e anni.
L'Archeocrate
L'Archeocrate vuole i millenni, di meno non si accontenta, e riesce a trovarli. Sua nonna, se
fosse stata come lei, si sarebbe accontentata di Troia, ma erano altri tempi. Il progresso va sempre pi
indietro, e lei ne approfitta. La gente scava e scava, e lei sa dove. Non c' nulla che le rimanga celato.
Si porta addosso l'oro pi antico, nessuno ha il diritto di toccarlo, era destinato a lei fin dall'inizio;
quelle citt dei primordi, quando andarono in rovina, sapevano per chi ci andavano. La verga da
rabdomante che porta nel cuore le dice dove la Terra era abitata.
La fanno ridere le nature volgari che si urtano nelle gioiellerie e desumono dai prezzi il valore
dei preziosi. Le cose in commercio vanno bene per i nuovi ricchi o per altra gentaglia. L'Archeocrate
sa di avere dei doveri verso se stessa, lei ha nel sangue quelle civilt dei primordi, quando si
impiegavano anni per forbire una pietra e gli schiavi erano impastati di rispetto, competenza e
pazienza.
Non si lascia ingannare dal sangue, il sangue  stato annacquato con varie aggiunte, si sa come
vengono al mondo gli uomini, attra-verso quali sciagurate combinazioni: quale orgoglio  giustificato,
chi non  disposto a vendersi? Lei si guarda bene dal risalire alle proprie origini: qualunque cosa
venisse fuori, dovrebbe fremere di disgusto. Intatto  solo ci che giaceva sotto terra, e per quanti pi
millenni vi  rimasto tanto pi  intatto. Di quelle teste vuote che si fidano delle piramidi pu
solamente sorridere. Non vengano a seccarla con un faraone, le mummie sono tutte false, lei vuole le
cose autentiche, quelle di cui non si sa nulla, e il momento in cui vengono portate alla luce, solo quel
momento  il momento della verit.
Dopo pochi giorni gli imbroglioni ci si buttano sopra, e quando gli oggetti preziosi sono tirati a
lucido, ecco che sono come cose di oggi.
L'Archeocrate non sopporta gente attorno e non ha famiglia. Vigilata da cani feroci ma docili,
vive tutta sola, a meno che non sia in viaggio. Ma quasi sempre  in viaggio. Con la sua immensa
ricchezza, per la quale non ha che disprezzo, aiuta archeologi in ogni angolo della Terra, e quando
succede qualcosa lei deve subito essere sul posto per assicurarsi la parte di sua spettanza, prima che
diventi cosa comune e pubblica e finisca nei musei, dove sparisce per sempre.
L'Ombrosa
L'Ombrosa ha imparato poco e con la gente non riesce a intendersi. Non che le manchino le
parole, legge e scrive, ma se qualcuno le parla e si aspetta una risposta, le si blocca la lingua. Basta che
uno le si pari dinanzi e le metta gli occhi addosso, che una bocca si schiuda davanti a lei e articoli dei
suoni, basta questo per toglierle il coraggio di reagire da bipede: ogni faccia a faccia la atterrisce.
Allora si gira e distoglie lo sguardo, trema, gli occhi le si riempiono di lacrime. Si vergogna di
tutte le parole che altri pronunciano con tanta disinvoltura. Perch mai nessuno le si avvicina in
silenzio? Forse potrebbe a poco a poco abituarsi al confronto. Forse potrebbe prepararsi alle parole non
ancora pronunciate. Ma nessuno gliene concede il tempo. Uno si fa sotto,  gi l, gi la fissa, gi apre
la bocca e parla. Prima ancora che lei abbia osato guardarlo in faccia, le parole la aggrediscono, e
almeno fossero parole sussurrate, parole originali, come quelle che lei custodisce in segreto dentro di s
- no, sono sempre formule grezze che vanno dritte allo scopo e le piovono sul viso a ferirlo come tante
piccole pietre.
L'Ombrosa si salva nelle stalle, fra i cavalli. L si mette accanto a un animale e si calma al
contatto di quei fianchi cos lisci. L non si parla, neanche una parola, le code fendono l'aria in segno di
amicizia, le orecchie si drizzano ad avvertire la sua presenza, le froge hanno un fremito. Occhi si girano
in silenzio verso di lei, e lei non ha paura di posare lo sguardo su occhi che non offendono nessuno.
L'Ombrosa  felice di non essere a sua volta un cavallo. Non vuole essere nulla che senta simile
a s. Si trova a suo agio solo con ci che le  alieno per sempre. Non cerca di accattivarsi simpatie o di
vezzeggiare qualcuno, non usa toni particolari; poco desidera comprendere e poco essere compresa.
L'ombra di cui ha bisogno la trova solo fra i cavalli. Non ha mai provato con animali che vorrebbero
starle pi vicino. Sarebbe un errore credere che le piaccia andare a cavallo. Trova per la via per
infilarsi nelle poche stalle rimaste qua e l, trova il momento in cui gli uomini sono tutti via e si ferma
solo finch non c' da temere l'arrivo di qualcuno.
L'Ombrosa non soffre di eccessivo amor proprio, ma con i cavalli pu starsene sola.
Il Trincalibri
Il Trincalibri legge di tutto, qualunque libro, purch sia difficile. Non si accontenta dei libri di
cui si parla; devono essere rari e dimenticati, difficili da trovare. Pi di una volta ha impiegato un anno
per cercare un libro sconosciuto a tutti. Quando finalmente ne entra in possesso, lo legge in fretta, se lo
ficca in testa, lo assimila e pu citarne un passo in qualsiasi momento. A diciassette anni aveva gi
l'aspetto di adesso che ne ha quarantasette. Quanto pi legge, tanto pi rimane lo stesso. Ogni tentativo
di sorprenderlo con un nome va a vuoto;  ugualmente ferrato in ogni campo. Poich c' sempre
qualcosa che non conosce ancora, non si  mai annoiato. Ma si guarda bene dal dire che cosa non
conosce, perch qualcun altro non lo preceda nella lettura.
Il Trincalibri somiglia a una cassa che non si sia mai aperta per non perdere niente. Preferisce
non parlare delle sue sette lauree e ne cita soltanto tre, per lui sarebbe uno scherzo ottenerne una nuova
ogni anno. E' cortese e parla volentieri; per poter parlare lascia che anche gli altri prendano la parola.
Quando dice:  Questo non lo so , ci si pu aspettare da lui una minuziosa e dotta conferenza. Parla in
fretta perch  sempre alla ricerca di altra gente che lo ascolti. Mai che dimentichi qualcuno di quelli
che l'hanno ascoltato, per lui il mondo  fatto tutto di libri e di ascoltatori. Sa apprezzare il silenzio
degli altri; lui sar breve nel tacere, prima di accingersi a una conferenza. In verit nessuno vuole
imparare qualcosa da lui, perch lui sa anche tante altre cose. Lascia tutti increduli, e non gi perch
non si ripeta mai, ma perch non si ripete mai con lo stesso ascoltatore. Sarebbe un uomo divertente se
l'argomento non fosse ogni volta diverso. E' obiettivo nel giudicare la propria sapienza: per lui tutto 
importante, la gente pagherebbe per scoprire una cosa che per lui conti pi di un'altra. Chiede scusa se
 costretto a dedicare qualche ora al sonno, anche lui, come i comuni mortali.
C' molta attesa quando succede di rivederlo dopo anni, e c' la speranza di coglierlo
finalmente in fallo. Ma si pu aspettare e sperare per un pezzo: anche se parla di cose totalmente
diverse, lui  esattamente lo stesso, fino all'ultima sillaba. A volte pu succedere che nel frattempo si
sia sposato, a volte che abbia divorziato di nuovo. Le mogli scompaiono,  stato sempre un errore.
Ammira quelli che stimolano il suo spirito di emulazione, ma lui li supera sempre per gettarli poi tra i
ferri vecchi. Non  mai stato in una citt senza aver letto prima tutto quello che c'era da leggere in
proposito. Le citt si adattano alla sua sapienza; confermano ci che ha letto su di esse, sembra che non
esistano citt illeggibili.
Ride da lontano quando un imbecille si avvicina. Una donna che voglia sposarlo deve scrivergli
e pregarlo di farle avere certi ragguagli. Se le lettere sono abbastanza numerose, lui le cade tra le
braccia e avr sempre cari i quesiti che lei gli ha posto.
La Perseguitata
La Perseguitata non pu uscire in strada senza che qualche uomo le vada dietro. Non ha ancora
fatto tre passi, e gi qualcuno l'ha notata e la segue, c' chi per lei attraversa addirittura la strada. Non
sa spiegarsi da che cosa dipenda, forse  il suo modo di camminare, ma non riesce a scoprire niente di
particolare nella sua andatura. Non guarda in faccia nessuno, ci mancherebbe altro, lei non  una che
provoca gli uomini con un'occhiata. Non porta abiti vistosi, non usa un profumo speciale, ha molto
gusto, questo s, gusto e distinzione, e i suoi capelli - sono forse i capelli? Non ha fatto niente per avere
i capelli che ha, ma li porta in un modo inconfondibile.
Vorrebbe solo vivere in pace, ma deve pur prendere un po' d'aria, e non sempre si pu evitare
la strada. A volte si ferma davanti a una vetrina e subito vede l'immagine riflessa di qualcuno che le sta
dietro e vuole importunarla e - guarda un po' - le rivolge anche la parola. Lei non ascolta proprio, pu
immaginare che cosa le va dicendo, e infatti non risponde subito, sarebbe troppo onore. Ma se quello
diventa cos insistente che non riesce pi a liberarsene, gli si volta contro di scatto, gli si fa cos vicina
che con i capelli sfiora la cravatta e gli sibila a bruciapelo:  Si pu sapere che vuole da me? Io non la
conosco! La smetta di importunarmi! Non sono una di quelle! .
Che cosa si aspettano? Perch non le credono? Non si guarda mai intorno, non sa nemmeno che
aspetto hanno, questi uomini. Ma le sue parole hanno anch'esse un loro fascino, lui diventa ancor pi
insistente, forse  l'effetto dell'accostamento fra i capelli di lei e la cravatta di lui. E' inevitabile, lei 
costretta a dire quelle parole stando vicina il pi possibile a lui, per non dare scandalo. Altrimenti, che
cosa penserebbe la gente nell'udire quelle parole sdegnate? Ma lui si comporta come se lei fosse una di
quelle, e le accarezza i capelli. A questo punto, non fosse per la gente, lui si buscherebbe un ceffone.
Ma la Perseguitata sa stare al suo posto, reprime la collera e si salva passando alla prossima vetrina. Se
anche qui non riesce a sbarazzarsi di lui, prosegue di vetrina in vetrina, in silenzio, con lui sempre
dietro; non gli concede pi una sillaba e sta bene attenta a non avvicinarsi troppo a quella cravatta. Alla
fine lui si ritira scoraggiato. Ma la Perseguitata aspetta ancora che qualcuno le dica:  Mi scusi, vedo
che lei non  una di quelle .
La Perseguitata  una donna, ci tiene a se stessa, non pu permettersi di rinunciare alle vetrine.
Ha cambiato il profumo, per avere un po' di pace, non serve a niente. Si tinge addirittura i capelli, ha
gi provato tutti i colori, l'uno dopo l'altro, ma quelli continuano a volere da lei sempre la stessa cosa,
tutti le stanno sempre dietro, lei ha bisogno di un cavaliere che la protegga da questi uomini: dove lo
trova?
La Stanca
La Stanca  seduta nel suo ristorante e tiene gli occhi aperti. Non  pi giovane, non  nemmeno
tanto vecchia, ma  vecchia quanto basta perch il troppo lavoro la faccia sospirare. I clienti abituali,
quando entrano nel locale, li accoglie con un saluto. Essendo la proprietaria o la moglie del
proprietario, come si preferisce, ha diritto a una domanda sul suo stato di salute.  Come va, come si
sente oggi? .  Stanca  dice lei. Lo dice alle 12 di giorno come alle 12 di notte, non senza spiegare la
ragione della sua stanchezza. Se  mezzogiorno:  Ieri diciotto ore di lavoro ; se  mezzanotte:  Oggi
diciotto ore di lavoro. Questa frase  l'unica cosa che non la stanca, da anni la ripete cento volte al
giorno. La accompagna con una faccia piagnucolosa, si alza in piedi per mostrare che  l l per
crollare, fa due passi e crolla sul serio. Sta bene attenta a cadere su una sedia imbottita, anche quando
crolla non vuol farsi male. Non appena  seduta l per benino, lancia sguardi imploranti intorno a s e
dice:  Stanca .
Ma gi un cameriere ha fatto qualcosa di sbagliato: non si  accorto di un cliente, ha
dimenticato qualcosa in una portata. Allora lei balza su dalla sedia e si mette a strillare e sbraitare, nella
sua lingua, e strilla e strilla instancabile. Trasmette la sua indignazione alla croce che porta sul petto, la
croce balla furibonda al ritmo delle sue parole. Tutte le frasi terminano in un acuto lacerante. Poich le
frasi sono molte, ogni conversazione s'interrompe, nessuno capisce pi le proprie parole, i clienti
ammutoliscono. Le coppiette sono prese dalla paura - paura per il loro avvenire - e non si guardano pi
negli occhi.
Urlando lei si alza dal suo posto, barcolla fino al banco, personalmente prende in mano un
piatto, barcolla per tutto il locale, cambia idea e riporta il piatto al banco, dove lo depone fra strilli
acutissimi, senza romperlo. Nessuno osa ordinare qualcosa, chi mai potrebbe avere un desiderio
qualsiasi, se non quello che lei faccia silenzio? A questo punto possono anche arrivare nuovi clienti, la
Stanca fa un cenno di saluto e continua a urlare imperterrita. Strilla perch tutto funzioni a dovere, lei 
l per questo, la croce sul petto le d forza, senza la croce tutto finirebbe dopo tre frasi. Quando poi
crolla sulla sua sedia, si guarda intorno invocando piet e mugola:  Stanca .
Il Tirainlungo
Il Tirainlungo scende la mattina a ritirare la posta, esamina le buste e fa una scelta. Le lettere
urgenti le nasconde cos bene che sarebbe impossibile ritrovarle. Con quelle meno urgenti se la prende
pi comoda. Ma tutte vengono accantonate. Non c' mattina in cui non sbrighi la sua corrispondenza.
Quando tutto  fatto, tira un sospiro di sollievo e si accinge a dimenticare. Il modo pi sicuro, per lui, 
rimettersi a dormire subito dopo avere sbrigato la sua corrispondenza. Quando si risveglia, infatti,
ormai non sa pi che cosa  arrivato: altrimenti dovrebbe darsi da fare a cambiare i nascondigli. Non 
cos facile dimenticare tante cose in una volta sola.
Il Tirainlungo consulta l'orologio per sapere dove non deve andare, perch c' qualcuno che lo
aspetta. Le ore in cui gli altri vorrebbero importunarlo, le trascorre in luoghi tranquilli che nessuno
conosce. Le ore passano in fretta perch lui  introvabile e si diverte a immaginare quelli che lo stanno
cercando. Per la sua irreperibilit gode di grande considerazione. Si presume che sia occupatissimo, e
poich nessuno ha ancora scoperto in che cosa, non si pu non pensare che si tratti di faccende della
massima importanza.
Il Tirainlungo evita ogni incontro con persone che gli ricordano qualcosa. Quando se le trova tra
i piedi, si fa piccolo e dice:  Ma come, ero io? . Si ritiene un uomo libero perch non gli succede mai
niente: infatti, tutto ci che succede ha qualche conseguenza. E' assai conosciuto perch vive cos
nascosto. Il campanello di casa sua non funziona da anni. Si guarda bene dal farlo riparare, e a volte
scruta in segreto dalla finestra quando qualcuno si ferma davanti alla sua targhetta e schiaccia
inutilmente il bottone. Schiaccino pure finch vogliono, lui non sente; e quanto pi a lungo osserva la
scena, tanto pi  soddisfatto. Poi, quando  buio, si mette lui stesso davanti alla porta e suona
inutilmente il suo campanello per godersi a fondo la situazione.
Sa benissimo perch gli fanno paura i visitatori che vengono a pestargli i tappeti: sotto i tappeti
giacciono migliaia di lettere mai aperte. I materassi sono cos gonfi di lettere che non riuscirebbe a
sollevarli. Nella soffitta non ha pi una valigia vuota. Anche sopra gli armadi, in alto, ci sarebbe
parecchio da leggere. Si tiene alla larga dagli scaffali dei libri perch ogni libro, se lo tira fuori,
rigurgita di lettere. Non ne butta via una, perch potrebbe contenere qualcosa d'importante. Sarebbe
una leggerezza eliminare una lettera prima di sapere che cosa c' dentro. Potrebbe venire il momento in
cui si ha voglia di cercare qualcosa. Lo rasserena il pensiero che  tutto l. Finch nulla  scomparso,
nulla  perduto.
L'Arcirassegnato
L'Arcirassegnato si adatta al destino, l'ineluttabile  il suo piacere. Non ha senso dire no
all'ineluttabile, e lui dice s prima ancora che si presenti. Va in giro un po' curvo e cos fa sapere che 
pronto a portare qualunque giogo. Ma cerca di non guardarsi troppo attorno per non farsi notare dai
gioghi. Perch ogni giogo vuol essere portato a modo suo; quando sono troppi perdono la loro
peculiarit, e non c' niente di pi triste del tran tran.
L'Arcirassegnato va serpeggiando da una sottomissione all'altra. Lui sente, lui sa a che serve la
sottomissione, pu spiegarlo con sentite parole. E' convinto che l'uomo vive per l'ineluttabile: 
proprio questo a distinguerlo dagli animali. Loro non sanno niente, sono sempre in fuga, come se
potessero sottrarsi al proprio destino. Ma alla fine vengono divorati e non immaginano neanche
lontanamente, poveretti, che cos ha da essere. L'uomo invece aspetta incessantemente il proprio
destino e gli d il benvenuto.
 Credi di poter vivere in eterno?  dice a suo figlio non appena il bambino ha imparato a dire
qualche parola, e lo educa per tempo alla rassegnazione, affinch diventi come lui e non debba trovarsi
nel mare della vita con gli occhi bendati, affinch il figlio moltiplichi il numero degli arcirassegnati.
Lui sa che per morire volentieri bisogna esercitarsi per tempo alla sottomissione, e il segreto sta
nel vivere nonostante questa consapevolezza. Consiste, questo segreto, nel non fare mai niente contro
qualcosa che ha da essere.  E come si distingue ci che ha da essere da tutto il resto? . Si nasce con
un istinto particolare, risponde lui, e la saggezza di un uomo consiste nel non perdere mai questo
istinto.
E' bene ignorare tutte le battaglie per la libert, tutte le rivolte, le sedizioni o anche solo le
proteste. Ma se per avventura se ne viene a conoscenza, bisogna andare fino in fondo e scoprire come
tutte siano state inutili. I casi sono due: o falliscono o non falliscono. Pu accadere che non falliscano,
ma presto tutto ritorna come prima. Chi vede tutto e accetta tutto, cos com' e come sempre  stato,
conserva la propria dignit. La peggiore delle cose  buona, purch venga sotto forma di destino,
giacch il destino  la pi gravosa di tutte.
L'Arcirassegnato si esercita a sopportare le cose gravose. E' cos bravo che a volte lo punge
l'orgoglio, e allora riesce a intercettare qualcosa di gravoso prima ancora che arrivi. Cos un fardello 
rimosso dall'altro, lui ha anche il senso dell'alternanza. A ogni nuovo fardello cresce la statura della
persona umana.
L'Arcirassegnato rigurgita di esperienza. Distribuisce consigli a destra e a sinistra. Sono sempre
gli stessi.
La Sultanomane
La Sultanomane soffre molto per la scomparsa degli harem. Quelli s erano uomini, quelli
capivano qualcosa delle donne e non si accontentavano di una sola, eternamente la stessa. Avevano
fiducia in s, avevano fuoco nelle vene, non vivevano barricati nella loro professione, non erano
ossessionati dalla smania di far soldi. Guardiamo invece questi signori che tornano stanchi del lavoro
alla loro vita monogama. Che indifferenza! Che noia! Che pena, che vuoto in questa pace domestica! E'
come se le donne non fossero pi nulla, solo cuoche o madri. Qualunque serva, qualunque infermiera
potrebbe sostituirle. Nessuna meraviglia se poi le donne si snaturano e non capiscono pi che cosa ci
stanno a fare. Molte non si vergognano a cercarsi un lavoro e a vivere esattamente come i loro mariti:
combinare affari, diventare insensibili, importanti e frigide, tornare a casa la sera altrettanto stanche;
prendere l'aspetto di un uomo, portare i suoi pantaloni, parlare la sua lingua e accontentarsi di farsi
valere sugli uomini in ufficio invece che sulle donne a casa.
La Sultanomane sogna gli harem e deplora lo stato in cui  ridotta la Turchia, dove hanno
abolito quella che una volta era la grandezza dell'impero. Non pi conquiste, non pi la gloria, un
paese come tanti, pi moderno di prima ma quanto, quanto modesto, ahim! I turchi sono stati un
grande popolo finch hanno avuto gli harem: per riempirli dovevano guerreggiare, le loro conquiste
erano tutte dettate dalla brama di nuove donne. Come non amarli per quella splendida insaziabilit?
Sentirsi addosso gli occhi di un uomo atteso da molte mogli e innumerevoli concubine! Sapere che ti
mette a confronto con le altre, farsi desiderare come qualcosa di molto, molto speciale, superare il suo
esame - che vittoria! Come le sue vittorie sul campo di battaglia! Conquistarlo, offrirgli qualcosa che
nessun'altra pu offrire! Usare il veleno e gli eunuchi per innalzare il proprio figlio, per sostenerlo
nella sua decisione di far piazza pulita di fratelli e rivali!
La Sultanomane  disgustata di un mondo in cui non resta pi nulla da fare che sia
autenticamente femminile. Diventare una star del cinema, con le stesse chances di un uomo che fa le
stesse identiche cose che potrebbe fare una donna? Danzare in pubblico? Cantare? Che cosa non fanno
gli uomini, al giorno d'oggi! E si deve esser donna solamente per emularli? L'unica cosa che solo una
donna pu fare  mettere al mondo un principe che faccia fuori tutti gli altri principi e magari anche il
sultano, quando  troppo vecchio. La Sultanomane si costruisce un harem e ci si barrica dentro. Ci resta
per sempre, di l non si muove. L si veste di trasparenze, come si conviene all'ambiente, e solo per lui
prova le danze pi intime. L attende il sultano, che non arriva mai, e intanto se lo immagina in viaggio
per arrivare da lei. L il sultano troverebbe tutto quanto fa per lui, tutto ci che gli spetta, e ancora di
pi. La Sultanomane si getta ai suoi piedi, appassionatamente, e lo supplica di rivelarle i suoi desideri
pi abietti.
La Velata
La Velata non vorrebbe mostrare nulla di s e si vergogna di tutto, anche delle parole. Si aiuta
dicendo ogni volta qualcosa di diverso da ci che ha in mente ed evitando tutte le parole dirette. Parla
per proposizioni condizionali, al congiuntivo, si ferma davanti a ogni sostantivo e fa una pausa.
Andrebbe meglio per lei, in questo mondo, se non ci fossero corpi. Il suo lo tratta come se non
esistesse. Prende atto della sua esistenza solo quando deve occultarlo, ma anche allora trova il modo di
non avere con esso il minimo contatto. Non  mai accaduto che qualcuno la sentisse pronunciare il
nome di una parte del corpo. La sua arte della circonlocuzione ha raggiunto un grado notevole; vi sono
stati periodi della letteratura in cui si sarebbe sentita a suo agio, ma vivere oggi  una croce pesante.
Perch tutti la provocano, tutti la offendono, non si fa in tempo a guardare dall'altra parte che anche l
c' qualcosa, bisognerebbe guardare continuamente dall'altra parte, a scatti, a piccole tappe.
Prima di rivolgersi a qualcuno la Velata dice in tono supplichevole  per favore  e intende con
questo che l'altro dovrebbe cercare di adeguarsi al linguaggio di lei, risponderle allo stesso modo,
evitare tutto ci che possa offenderla; non dovrebbe tormentarla, poich per lei  un vero tormento, fin
dall'istante in cui gli altri vorrebbero darle la mano: cos lei dice il suo implorante  per favore  e tiene
indietro la mano. Avverte gi una pressione perfino nel guanto, che non si toglierebbe mai, e allora per
lei la pace  finita, perch al corpo dell'altro si aggiunge ad un tratto anche il suo, e per la vergogna lei
vorrebbe sprofondare sotto terra.
 Per favore!  dice; poi viene una delle frasi che lei sola comprende, e la cosa pi orribile  che
deve ripeterla. La guardano con tanto d'occhi, come se parlasse in una lingua sconosciuta, e allora lei
non sa che cosa sia pi difficile da sopportare, gli occhi sgranati o le parole scoperte.
La Velata deve uscire a fare la spesa, perch vive sola. Le sue necessit sono ridotte al minimo,
sa di cose che non potrebbe comprare mai, in nessun caso, perch hanno nomi raccapriccianti. Fa gi la
fame, s, ma non pu permettersi di ammalarsi, perch al mondo ci sono dei diavoli che si chiamano
medici e senza veli domandano al paziente dove gli fa male.
Il Trombone di Dio
Il Trombone di Dio non deve mai chiedersi che cosa  giusto, gli basta consultare il Libro dei
Libri. L trova tutto quel che gli occorre. L ha le spalle al sicuro. L pu appoggiarsi con forza e
devozione. Qualunque cosa voglia intraprendere, c' sempre la firma di Dio.
Trova le frasi che gli servono, le troverebbe a occhi chiusi. Le contraddizioni non lo
impensieriscono, anzi gli tornano utili. Salta i passi che non fanno al caso suo e si attacca a una frase
incontestabile. La prende e la assimila per l'eternit, finch grazie ad essa non abbia ottenuto quello che
voleva. Ma poi il tempo passa, la vita continua, e lui si trova un'altra frase.
Il Trombone di Dio crede nel trapassato remoto e lo chiama in soccorso. Le finezze dell'et
moderna sono tutte superflue, molto meglio farne a meno, riescono solo a complicare le cose. L'uomo
vuole risposte chiare, risposte che non mutino. Una risposta titubante non serve a nulla. Tante
domande, tante frasi a disposizione. Provino a fargli una domanda per la quale lui non trovi una
risposta su misura.
Il Trombone di Dio conduce una vita ordinata e non perde tempo. Se il mondo gli crolla attorno,
il dubbio non lo sfiora. Chi ha messo in piedi il mondo provveder anche, all'ultimo momento, a
salvarlo dalla rovina; e se proprio non c' verso di salvarlo, lo ricostruir dopo la distruzione, affinch
la Sua parola rimanga viva e vera. La maggior parte della gente  condannata a perire perch non
ascolta la Sua parola. Ma coloro che la ascoltano non periranno per sempre. Il Trombone di Dio non 
mai stato abbandonato nel pericolo. Intorno a lui sono caduti a migliaia. Ma lui  ancora l, non gli 
mai successo nulla: non  gi questo un segno?
Il Trombone di Dio, nella sua umilt, non ne trae motivo di orgoglio. Conosce e deplora la
stupidit degli uomini: potrebbero avere una vita tanto pi facile. Ma non ne vogliono sapere. Credono
di essere liberi e non immaginano fino a che punto sono schiavi di se stessi.
Quando  in collera, il Trombone di Dio li minaccia, non con parole sue. Ci sono parole
migliori per fustigare gli uomini. Si erge allora con le gote gonfie, come se lui in persona fosse in piedi
sulla cima del Sinai, e tuona e minaccia e sputa e lampeggia e scuote la canaglia fino alle lacrime.
Perch non gli hanno dato ascolto, ancora una volta? Quando si decideranno ad ascoltarlo?
Il Trombone di Dio  un bell'uomo, con tanto di voce e di criniera.
La Graniticultrice
La Graniticultrice non sa che farsene di scuse e spiegazioni. Anche gli assassini cercano di
cavarsela con le chiacchiere e tirano in lungo finch la gente dimentica che c' di mezzo un morto. Se
quest'ultimo potesse parlare la faccenda prenderebbe un'altra piega. Non che lei provi piet per le
vittime: com' possibile, infatti, che uno si faccia ammazzare? D'altra parte  bene che ci siano gli
assassinati, in modo che si possano punire gli assassini.
La Graniticultrice recita ai figli la sua preghiera della sera: Ognuno  il prossimo suo! . Se
litigano, li aizza finch vengono alle mani per risolvere la questione. Per lei non c' spettacolo pi bello
che vederli fare a pugni; gli sport inoffensivi non le interessano. Certo, non ha nulla in contrario se i
ragazzi si fanno una nuotata. L'importante per  che imparino a boxare.
Devono diventare ricchi e sapere come si arriva al miliardo. Comunque, niente piet per gli
idioti che si fanno truffare. Ci sono due categorie di uomini: truffati e truffatori, deboli e forti. I forti
sono come il granito, li puoi torchiare finch vuoi ma non ne cavi nulla. La cosa migliore  non mollare
mai niente. La Graniticultrice sarebbe diventata ricca, ma poi sono venuti i figli. Ora tocca a loro, ai
figli. Il lavoro rende idioti, li ammonisce ogni giorno. Chi ha testa fa sgobbare gli altri. La
Graniticultrice dorme tranquilla perch sa che non molla mai niente.
La sua porta resta chiusa. Da lei un uomo non passa la soglia. Quelli ti appioppano uno, due
figli e si dimenticano pure di pagare. Non sono neanche troppo svegli, gli uomini, altrimenti non
tornerebbero sempre a provarci. Se ne capitasse uno che davvero ha fatto strada, lei lo riconoscerebbe
all'istante. Ma un tipo cos non ha tempo e quindi non si fa vedere. I perdigiorno, quelli s vorrebbero
farsi avanti.
La Graniticultrice non ha mai pianto. Suo marito si fece mettere sotto, e lei non gliel'ha
perdonata. Da otto anni continua a serbargli rancore, e se i figli chiedono di lui risponde:  Vostro
padre era un idiota. Solo un idiota si fa mettere sotto . Lei non si considera vedova. Suo marito,
quell'idiota, per lei non conta, e dunque non  vedova. Del resto, in generale, gli uomini sono proprio
dei buoni a nulla. Hanno compassione e si fanno incastrare. Lei non molla niente, non c' verso di
strapparle qualcosa, da lei gli uomini avrebbero parecchio da imparare.
La Graniticultrice non ama leggere, ma ha precetti durissimi. Se qualcuno le parla con durezza,
lei drizza le orecchie e registra ogni frase tra i precetti pi duri.
Il Geniometro
Il Geniometro compara e misura, ha criteri molto personali. I suoi criteri variano secondo il
momento e le circostanze, ci sono geni che si lasciano esplorare volentieri e altri che si ribellano. Lui
pone domande specifiche, incomparabili, usa anche piccole fruste. Molto dipende dai luoghi di nascita,
ce ne sono alcuni che per i geni non si prestano, forse  colpa dell'acqua. Da questi luoghi c'
un'emigrazione continua, altri invece rischiano di traboccare, essendo noto il loro elevato tasso di
incremento. Il Geniometro  incorruttibile e usa criteri obiettivi. Tira fuori dalla borsa un regolo, una
bussola, una bilancia, un sestante, sa dove mettere le mani, fa tutto in un batter d'occhio, calcola e
stima, addiziona, sottrae, e quelli che non rispondono ai suoi canoni li butta via con disprezzo.
Il Geniometro non fa le cose alla leggera, si tormenta con il massimo scrupolo. Ma ha anche
momenti di esaltazione. Allora scaraventa per terra tutto il suo armamentario, alza le braccia al cielo e
grida:  Genio! . A questo punto non c' pi niente da dire. Corre voce che il Geniometro non si
diverta molto a misurare e faccia tutto quel lavorio solo per tirar fuori un genio con un colpo di scena
inatteso e irrevocabile. Allora cessano tutte le interpretazioni, anche il migliore dei luoghi di nascita
non serve a nulla, e neanche il peggiore pu cambiare niente. Il Geniometro sta bene attento che il
numero dei geni non cresca a dismisura. E poi il genio ha da essere genio al cento per cento, ed  un
errore madornale farsi avanti con geni al venticinque o al tredici per cento. Qui sono inutili tutti i
comuni metodi di calcolo, forse si potrebbe tentare con il calcolo integrale, ma anche questo  dubbio.
L'importante  che venga limitato il numero dei geni spettanti a ogni secolo.
E' dunque inopportuno tirar fuori un genio senza ragioni convincenti. Ci sono quelli che si
tengono nascosti a lungo, e il fiuto per scoprirli non  dato al primo che passa. Ce ne sono altri che si
acquattano nelle viscere della terra. Solo il Geniometro in persona  in possesso di una verga da
rabdomante, e pu occorrere una vita per evocare una dozzina di geni dal passato in cui se ne stanno
volentieri rimpiattati. Il Geniometro avrebbe lui stesso la stoffa del genio, ma si  votato precocemente
alla sua missione ben pi dura. E' l'incarnazione della legge morale,  persona integerrima, e poich il
furto viene in graduatoria subito dopo l'omicidio, e tutti i geni rubano a man salva, sans-gne, come i
corvi, lui rinuncia a essere un genio e si accontenta di sondare la loro insondabilit.
Il Geniometro riceve cariche e onori, nessuno l'ha meritato pi di lui, perch senza di lui
l'umanit sarebbe spacciata, nessuno saprebbe dove  andato a rimpiattarsi un genio, nessuno saprebbe
come tirarlo fuori, ripulirlo e spolverarlo, liberarlo dalle scorie morali che gli restano attaccate, nessuno
saprebbe come proclamarlo genio, quanta luce gli occorre, come nutrirlo, come dargli aria e quante
volte, da quali nemici tenerlo lontano perch non esploda, e nessuno saprebbe quando viene di nuovo il
momento di tappargli la bocca.
La Stellante
La Stellante evita la cruda luce del sole.  una luce indiscreta,  priva di tatto,  cos intensa da
far male; ci sono in un essere umano molte cose che vorrebbero attendere il loro momento e invece
vengono stanate senza riguardi, sciorinate, investite da chiarore e calore fino a diventare irriconoscibili.
Dov'era-no esattamente? Nell'uno, nell'altro, in tutti?
La Stellante vuol essere come i cristalli. Nessuno pu aprirli. Anche quelli trasparenti possono
contare sulla loro durezza, e non  detto che si possa avere quello che si riesce a vedere. Lei sogna di
starsene appartata, al chiuso, dove penetri una luce debole e filtrata. Certo, la luce delle stelle ha trovato
la strada per giungere fino a lei, ma prima di scovarla non sapeva nulla di lei, e cos la Stellante ha
origliato a lungo, nel suo angolo nascosto, finch quella luce  arrivata, scura anch'essa e insicura.
Solo una volta in vita sua ha guardato in un telescopio, e quanto ha dovuto vergognarsene! Fu
come avventarsi senza pudore su una stella e costringerla a brillare per lei pi intensamente di quanto
volesse. Non ha dimenticato la solitudine improvvisa di quella stella, separata dalle altre che le davano
la sua quiete e il suo equilibrio. Lei, col telescopio, l'aveva spiccata via dalla volta celeste; i suoi occhi,
di solito cos cauti e discreti, si piantavano sulla stella come di giorno il sole si piantava addosso a lei; e
temeva che ora la stella fosse distrutta e perduta per la comunit del cielo. Si strapp dallo strumento,
lo maledisse, espi per settimane a modo suo, schivando con lo sguardo quella dannata stella. Poi,
quando ebbe di nuovo il coraggio di cercarla e la trov, fu cos felice che compr il telescopio della sua
vergogna, lo fece a pezzi e ne disperse i frammenti nella notte.
La Stellante tira un sospiro di sollievo quando il sole scompare, e si augura che non torni mai
pi. Passa le sue giornate in luoghi oscuri. Lavora solo perch i giorni scorrano in fretta. La sua pelle 
pura come la luce del sole. Ma lei non lo sa, perch non si  mai vista. Non ha mai perso tempo a
pensare a se stessa. Il suo unico specchio  la notte stellata, ed  uno specchio fatto di tanti punti, tanti
che la figura riflessa non ha alcuna unit. Dove comincia? Dove finisce? Si pu essere cos chiari senza
essersi mai visti?
La Stellante ha i suoi pensieri: se li tiene per s, teme di perderli nell'atto di esprimerli. Non che
in lei si rattrappiscano: crescono e calano, e quando di nuovo sono diventati cos piccoli da sgusciarle
via si ridestano in altre persone.
Il Pizzicaeroi
Il Pizzicaeroi si d da fare intorno ai monumenti e pizzica gli eroi sui pantaloni. Siano di pietra
o di bronzo, tra le sue mani prendono vita. Non pochi si ergono in mezzo al traffico, e allora  meglio
lasciar perdere. Ma quelli dei parchi sembrano fatti apposta. Lui si aggira nelle vicinanze o si acquatta
fra i cespugli. Quando l'ultimo visitatore ha preso il largo, balza fuori, trova il modo di issarsi sul
piedistallo e si pianta accanto all'eroe. Sta l un poco e si fa coraggio. E' pieno di rispetto e non allunga
subito le mani. Deve anche riflettere, studiare quale sia il punto pi favorevole. Non basta posare la
mano su una curva, deve tenere qualcosa tra le dita, altrimenti non pu pizzicare: ha bisogno di pieghe.
Quando ne pesca una, non molla tanto presto,  come se la tenesse fra i denti. Sente la grandezza
trasfondersi in lui e ha un brivido. Ora ha piena coscienza di s e sa di che cosa sarebbe capace. Ora
rinnova tutti i suoi propositi, ora mette nel pizzicotto ogni energia, ora si sente avvampare di forza,
domani si metter all'opera.
Il Pizzicaeroi non si arrampica pi in alto di cos, sarebbe sconveniente. Potrebbe issarsi sulla
spalla di pietra e bisbigliare qualcosa all'orecchio dell'eroe. Potrebbe tirargli l'orecchio e rinfacciargli
diverse cose. Sarebbe il colmo dell'infamia. Lui si accontenta del modesto posticino che gli compete.
Per ora si attacca alle pieghe dei pantaloni. Ma se s'impegna a fondo, se non perde neanche una notte e
pizzica pi forte, sempre pi forte, verr finalmente il giorno, la giornata radiosa, in cui con uno scatto
possente balzer fin lass e sputer in testa all'eroe, senza piet, al cospetto del mondo intero.
Il Maestroso
Il Maestroso, se mai gli accade di spostarsi, incede su colonne. Non hanno fretta, le colonne, ma
lo portano bene, e non  peso da poco. Nel punto in cui le colonne si posano, si forma un tempio e in un
baleno arrivano gli adoratori. Lui solleva la bacchetta, e quando il silenzio  totale riempie l'aria di
segni ben misurati. Gli adoratori tacciono, gli adoratori meditano, gli adoratori si scervellano
sull'interpretazione da dare ai suoi segni.
Nelle pause della sua estasi sublime il Maestroso si nutre di caviale. C' poco tempo, deve
subito riprendere il suo posto. Ma non fa mai niente da solo, molti gli stanno intorno e sbirciano il
caviale, che spetta solamente a lui. Il Maestroso emette rutti melodiosi.
Il Maestroso viaggia intorno al mondo con aria molto sostenuta, tutti i sassi vengono rimossi dal
suo percorso, sassi, monti e mari. Eccolo seduto nel suo scompartimento riservato, lui solo; gli adepti
stanno in piedi nel corridoio, a capo scoperto, mentre lui tiene aperta davanti a s la sua partitura; con
freghi rabbiosi vi segna ci che lui solo ha il diritto di segnare, e gli altri, l fuori, rabbrividiscono a
ognuno dei suoi freghi. Il treno si ferma quando lui si alza, e non riparte prima che lui torni a sedersi; il
treno non si ferma mai dove lui non vuole, e in omaggio a lui si ferma in aperta campagna.
In ognuno dei templi il Maestroso si lascia dietro una donna che rimane ad aspettarlo come ai
vecchi tempi. Lei sta l, seduta, siede e siede, e appartiene tutta a lui, anima e corpo, compreso il
bambino, e quando lui riappare sulle sue colonne  non devono essere passati degli anni - lei
rabbrividisce e va a pregare in mezzo agli altri, in piedi. Lui la vede, ma non  il momento di
riconoscerla, chi ha aspettato un'eternit pu pazientare ancora. Ma poi, ma poi lui le fa un cenno col
capo, ha fatto un cenno a lei, solo a lei fra tutti, e per questo cenno lei sarebbe disposta a farsi bruciare
viva.
Il Maestroso non ignora che invecchier, conosce il numero dei suoi anni. Se l'esito della sua
celebrazione lo ha particolarmente soddisfatto, indice una festa alla quale anche gli altri hanno facolt
di sedersi e di bere; ma lui non beve mai la stessa cosa. Poi sorride - mai una volta che abbia riso  e
lascia che vengano a lui tutti quelli che gli stanno intorno, a uno a uno.  Mostra la mano!  ordina; ed
esamina le linee con occhio competente. Gli dice quando deve morire, tra non molto, e con un dito fa
segno al successivo.
La Reietta
La Reietta non si sveglia mai nello stesso letto. Si stropiccia gli occhi. Dov'? L non c' mai
stata! Come ci  finita? Chi l'ha gettata l?  sbalordita, ma non per molto, perch ha i suoi impegni e
non le va di perdere il suo tempo prezioso a risolvere indovinelli. Si scuote, si stiracchia, si mette in
ordine, non sa ancora chi sar oggi a prendersi cura di lei.
Non si pu dire che ne vada in cerca,  lei a dover essere trovata. Ha i suoi posti dove la
sopportano: non passa molto tempo, e ogni volta  abbordata da un tipo molto speciale, bell'aspetto,
posizione invidiabile, taglio particolare, vuoi nel vestire vuoi nei capelli. E' uno che l'ha adocchiata gi
da un pezzo, perch lei non  mai la prima a notare qualcuno, si accorge solo degli uomini che la
abbordano con fare deciso. Prima ancora della prima frase  basta uno sguardo, una certa inclinazione
di quella testa cos insolita, un sorriso di superiorit mezzo celato sotto i baffi, una mano appena
sollevata, la nobilt di un dito indice, una bocca che sta per schiudersi in ammirazione -, prima ancora
della prima frase lei si sente gettata via e raccattata e sollevata e di nuovo gettata, e sente la fedelt
pervaderla tutta; non vede altri all'infuori di lui, oggi ha occhi solamente per lui, si lascerebbe fare a
pezzi piuttosto che accorgersi anche vagamente di un altro; e se il destino vuole che un giorno due
uomini di bell'aspetto, entrambi di invidiabile posizione, entrambi con un taglio particolare, vuoi nel
vestire vuoi nei capelli, le si avvicinino contemporaneamente, lei si sente gettata via da entrambi, 
fedele a entrambi e non dannegger l'uno a vantaggio dell'altro.
Sono, se si vuole, serate perdute, poich entrambi tengono duro, nessuno vuol mollare, lei stessa
fa in modo che nessuno dei due molli; non si arriva alla reiezione vera e propria, al momento in cui lei,
ormai smemorata, non sa pi dov'; e per non perdere n l'uno n l'altro la Reietta passa tutta la notte a
conversare con entrambi. Di dormire non si parla neanche, e nemmeno di reiezione: dovunque si trovi,
lei sa dov'; ed  un vero peccato, perch entrambi sono degni di lei, ma lei  fatta cos; e la fedelt, la
fedelt  il suo carattere.
L'Andromane
L'Andromane non  uno che vada a uomini, come il suo nome potrebbe far credere: gli
interessano invece le qualit virili. Cerca queste qualit, se le appropria, non vive d'altro. Non c'
audacia, non c' forza che egli non adocchi, non insegua, non divori. Non si accorge di quelli che
soccombono, per lui il mondo  fatto solo di vincitori.
L'Andromane rese la vita impossibile a sua madre quando si mise in testa di uscirle dal grembo.
Non aveva ancora quattro mesi e gi grattava e bussava da dentro. Furioso per la prigionia, scalciava di
qua e di l: la poveretta non capiva pi cosa le stesse accadendo, non dormiva, non poteva star seduta,
girava barcollando, lui non le dava un attimo di requie. Quando infine l'Andromane venne alla luce,
con grande anticipo, le diede un morso prima di avere i denti.
Da piccolo le suonava a destra e a sinistra, prendeva a botte chiunque volesse qualcosa da lui. A
quattordici anni spar e non si fece pi vedere. Dove poteva essere finito? La madre non era certo in
ambasce: far la sua strada, garantito, com'era vero che l'aveva morsicata senza denti.
Lui aveva saltato il fosso. Ormai aveva imparato a star solo e a non spartire niente con nessuno.
Era attratto da quelli cui andava bene, non degnava di un'occhiata quelli cui andava male. Quando
assistette al primo incontro di boxe, scopr di che cosa aveva bisogno. Tif per il vincitore fino a
diventare rauco. Ma il soccombente si rimise in piedi, non era spacciato. Quando l'Andromane si rese
conto che non era morto e anzi lo lasciavano andare a tentoni gi dal ring, gli prese un senso di nausea.
La boxe non faceva per lui. C'era per qualcosa di meglio: le armi. Le pallottole ammazzano, le
pallottole fanno sul serio; s'innamor delle armi, se ne procur, ne fece commercio, e fu un commercio
sempre pi spregiudicato e sicuro.
L'Andromane divenne presto miliardario. C'erano ancora guerre, qua e l, e uomini pronti a
combattere. Andava a guardarsi le guerre con i suoi occhi: dove le prospettive erano buone armava
mercenari, si mostrava generoso, concedeva crediti. Sul suo mappamondo si accendevano punti
luminosi dovunque scoppiasse una guerra. Allora saltava sul suo aeroplano e arrivava sul posto al
momento giusto; sfidava il pericolo, firmava contratti e ripartiva verso la prossima guerra. Conosceva
di persona tutti i capi mercenari del mondo. Si teneva alla larga da ogni fede o convinzione, roba da
donnicciole. Chiunque pensasse solo a picchiare, a nient'altro, poteva contare su di lui.
L'Andromane  persuaso che non cambi mai nulla. Fintanto che ci saranno uomini degni di
questo nome, continueranno a picchiarsi tra loro. D'altronde  risaputo che c' in giro troppa gente, e
gli uomini veri sono al mondo per eliminare i superflui.
L 'Appaltadolori
L'Appaltadolori ha fatto le sue esperienze e, non senza ragione, ha appaltato per s tutto il
dolore del mondo. Ogni volta che in un posto o nell'altro accadeva qualcosa di spaventevole, lui c'era,
lui ci si  trovato in mezzo. Altri ne parlano e se ne rattristano, lui lo ha sperimentato nella propria
carne. Non parla, ma sa tutto. Commovente il suo modo di guardare nel vuoto quando si accenna a una
delle sue catastrofi.
Tutto cominci quando il Titanic urt l'iceberg. Lui si gett nell'oceano, rimase sedici ore
nell'acqua. Non perse conoscenza neanche per un attimo, vide gli sventurati scomparire nei flutti l'uno
dopo l'altro e fu l'ultimissimo a essere salvato.
L'Appaltadolori ha perduto sei volte il suo patrimonio. Conosce la miseria e la fame; e poich
non  nato con la camicia ha dovuto sudarne sette. Ogni volta, con una tenacia di ferro, si  rifatto una
vita. Era appena tornato a galla, e di nuovo andava a fondo.
L'Appaltadolori  stato felicemente sposato pi di una volta e adesso dovrebbe avere nipoti e
pronipoti. Tutti i congiunti, senza eccezione, gli sono stati strappati da malattie che non perdonano. Ha
dovuto farci l'abitudine. La sua prima moglie, quella che gli era pi cara,  entrata negli annali della
medicina: l'ultimo caso di peste in Europa. Anche sulla lebbra, che nessuno ritiene pi possibile da
queste parti, lui ha molto da raccontare. E' accaduto sotto i suoi occhi, la lebbra gli ha fatto perdere due
figlie e un mezzo figlio. Non per questo  diventato un piagnone, ha sopportato il colpo stoicamente.
Ma si capisce perch i dolori degli altri non gli facciano molta impressione. Non si lamenta di nulla,
prende tutto su di s, tace e sorride. Quando gli altri si sfogano, sta ad ascoltare, certo, ma non si pu
pretendere che il suo cuore si apra a chi deve fare i conti con un solo dolore.
L'Appaltadolori ha un modo delicato di cogliere contraddizioni nei racconti delle disgrazie
altrui. Non fa domande, continua ad ascoltare, ma all'improvviso rettifica una data. Ci vuole una bella
presunzione per raccontare cose che l'Appaltadolori ha vissuto di persona dal principio alla fine.
Un'ombra di sarcasmo gli ondeggia allora intorno alle labbra. Nulla trapela dalle sue parole, neanche il
minimo segno, quando esprime le sue condoglianze. Non  un atteggiamento propriamente formale, 
segnato invece dalla sua pi profonda consapevolezza, ma si pu indovinare che cosa pensa in queste
circostanze. Li conosce bene, lui, questi ladri che vorrebbero sottrargli a una a una le sue dolorose
esperienze.
Ma di recente gli  scappata la pazienza. Nella conversazione era caduto il nome di Pompei, e
un ladro di inusitata impudenza voleva raccontargli com'erano andate le cose: a lui, che proprio quel
giorno si trovava a Pompei ed era stato l'unico a salvarsi! Gli ha detto il fatto suo, senza tanti
complimenti. Come si permetteva? Si  alzato e, sopraffatto dai ricordi di quel giorno, con visibile
emozione ma non senza dignit, ha piantato tutti in asso. Gli ha fatto bene sentire su di s, fino alla
porta, il riverente silenzio degli altri.
L 'Immaginaria
L'Immaginaria non  mai esistita, eppure c' e si fa notare. E' bellissima, ma in modo diverso
per ognuno. Di lei vengono date descrizioni estatiche. C' chi esalta i capelli, chi gli occhi. Ma sul
colore le opinioni divergono, da un radioso azzurro dorato fino al nero pi profondo, e ci vale anche
per i capelli.
L'Immaginaria ha statura variabile e pesa quanto si vuole. Assai promettente la dentatura, che
mette a nudo continuamente. Il petto ora si contrae, ora si gonfia. E' nuda,  vestita in modo
meraviglioso. Cammina, se ne sta sdraiata. Solo sulle sue calzature sono state raccolte cento indicazioni
diverse.
L'Immaginaria  irraggiungibile, l'immaginaria si concede facilmente. Promette pi di quanto
mantenga, e mantiene pi di quanto prometta. Svolazza, indugia. Non parla, quello che dice 
indimenticabile. E' schizzinosa, d ascolto a tutti. E' pesante come la terra,  lieve come un soffio
d'aria.
Non si sa bene se l'immaginaria si renda conto della propria importanza. Anche su questo punto
i suoi adoratori si accapigliano. E come riesce a far s che tutti sappiano:  lei?
Certo, l'immaginaria ha buon gioco, ma per lei sar sempre stato cos, fin dal principio? E chi
l'ha immaginata per primo, fino a renderla indimenticabile? E chi l'ha fatta conoscere in tutto il mondo
abitato? E chi l'ha divinizzata e chi messa in circolazione? E chi l'ha sparsa sui deserti della Luna
prima che lass fosse piantata una bandiera? E chi ha avvolto un pianeta in dense nuvole perch a quel
pianeta  stato dato il nome di lei, dell'immaginaria?
L'Immaginaria apre gli occhi e non li richiude pi. Nelle guerre appartengono a lei morituri di
entrambe le parti. Guerre sono divampate per lei in altri tempi, oggi no, oggi lei va a trovare gli uomini
impegnati nelle guerre, e sorridendo lascia ad essi un'immagine.
Il Nonsiamai
Il Nonsiamai bisogna prenderlo com', non c' nessuno che possa costringerlo. Da destra non ci
sente, da sinistra nemmeno, viene il sospetto che proprio non ci senta. Capisce benissimo che cosa si
vuole da lui, ma prima ancora di capirlo scrolla testa e spalle. Al posto della spina dorsale ha un
poderoso No, pi solido di tutte le ossa.
Il Nonsiamai sputa a tutta forza. Intorno a lui l'aria vibra di ordini, e per quanto si cerchi di
evitarli come la peste, qualcosa penetra ugualmente e resta a covare dentro. Per questo lui ha un
fazzoletto apposta, e prima che sia tutto pieno di saliva provvede a bruciarlo.
Il Nonsiamai non si presenta agli sportelli, in nessun caso. Quelle facce dietro la griglia fanno
venire il voltastomaco, non c' verso di distinguerle l'una dall'altra. Preferisce rivolgersi direttamente
alle macchine automatiche, l prende quello che gli serve e si risparmia la nausea. Con le macchine non
rischia di essere apostrofato in malo modo, non deve supplicare e spergiurare. Getta l dentro la moneta
quando gli fa comodo, schiaccia il bottone, ritira quello che vuole, e quello che non vuole lo lascia
dov'.
Il Nonsiamai detesta i bottoni dei vestiti, tutto quello che indossa deve lasciarlo libero, e non
porta pantaloni. Per lui le cravatte sono opera del diavolo, buone solo per strangolare.  Non ho
intenzione di impiccarmi  dice quando vede una cintura, e si meraviglia dell'incoscienza di quelli che
la portano.
Il Nonsiamai si muove come il cavallo sulla scacchiera e non ha un indirizzo. Dimentica dove si
trova, cos non rischia di dirlo. Se qualcuno lo ferma e gli chiede una strada, dice:  Sono un forestiero,
non sono di qui . Ma lui  forestiero non solo qui,  forestiero dappertutto, e questo  il suo segreto. E'
accaduto che uscisse da una casa e non sapesse di averci dormito la notte. Basta una mossa, il salto del
cavallo, e lui  gi lontano, tutto ha altri nomi e un altro aspetto; invece di nascondersi, lui salta via.
Il Nonsiamai parla solo quando proprio non pu farne a meno. Le parole esercitano una
pressione, le proprie come quelle degli altri. Che pena dopo un colloquio, quando si resta soli e tutte le
parole si ripetono! Non si fermano pi, non si riesce a sbarazzarsene, premono e opprimono, si
boccheggia, si cerca un po' d'aria, una via di scampo per salvarsi dalle parole! Ce ne sono alcune che si
ripetono con perfida, con diabolica ostinazione, mentre altre a poco a poco si affievoliscono e si
sperdono. A questo tormento si pu sfuggire solo con la prevenzione: mai pronunciare le parole, mai,
lasciarle dormire.
Alla fine il Nonsiamai si  spogliato del proprio nome e non si fa nominare. Salta via sulla sua
scacchiera, scaltro e svelto, e nessuno lo pu chiamare.
...
.
...
FINE.